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CANTONE / IRAN

Dal Ticino il sogno di Majid e Negar: «La nostra speranza? Poter liberare l'Iran»

Gioire vedendo le bombe israelo-americane che colpiscono le roccaforti del regime: sono giorni di emozioni contrastanti per gli iraniani della diaspora, compresi i due residenti nel Luganese
Majid Aflaki e Negar Alavinejad
Dal Ticino il sogno di Majid e Negar: «La nostra speranza? Poter liberare l'Iran»
Gioire vedendo le bombe israelo-americane che colpiscono le roccaforti del regime: sono giorni di emozioni contrastanti per gli iraniani della diaspora, compresi i due residenti nel Luganese

LUGANO - Gli attacchi del fine settimana contro i vertici del regime degli ayatollah hanno colpito molto profondamente gli iraniani della diaspora. Parliamo di un grandissimo numero di persone che sono state costrette ad abbandonare il proprio Paese e hanno trovato rifugio all'estero. Anche in Ticino, come nel caso di Majid Aflaki e della moglie Negar Alavinejad, che vivono in Svizzera da ormai 28 anni.

Lo shock, poi la felicità - Contattati telefonicamente lunedì mattina, raccontano di non essere stati sorpresi dalle bombe cadute sabato su Teheran. «Eravamo in attesa dell'attacco, erano giorni che stavamo facendo il conto alla rovescia». Una volta avuta la conferma che Israele e Stati Uniti erano entrati in azione, la prima reazione è stata di «shock totale», dovuto però a un violento sbalzo emotivo: dalla precedente tristezza per le stragi di gennaio alla felicità del possibile cambio dello status quo. «È stata una botta di vita, per noi della diaspora come per chi si trova ancora in Iran». Le loro voci, nel raccontare le vicende dello scorso fine settimana, sono ancora ricche di emozione, ma anche energiche.

Più forti del blackout - Pur nell'impossibilità da parte loro di contattare parenti e amici che vivono ancora in patria, a causa del blackout comunicativo che prosegue dal mese di gennaio, la voce di giubilo degli oppositori del regime è comunque arrivata fino alla Svizzera. «Dall'Iran possono fare delle chiamate brevi all'estero: ne ho ricevute alcune, di forse 30-40 secondi, con le quali si voleva condividere questa gioia con noi». Lo stesso è avvenuto con i gruppi WhatsApp: «È stata la prima volta, da anni, in cui sono state fatte delle videochiamate viste da una trentina di persone, per farci gli auguri e per condividere un momento di felicità unico».

Uniti contro un nemico comune - Gli Stati Uniti e Israele hanno colpito finora con precisione quasi chirurgica, prendendo di mira soprattutto le basi militari e le sedi del «sistema di oppressione», aggiunge Aflaki. Pur a migliaia di chilometri di distanza da Teheran, lui e la moglie stanno condividendo le forti emozioni di chi sta in Iran, compreso qualcosa di molto forte e apparentemente illogico: «Vediamo, nei pochi video che sono arrivati in Occidente, le persone che festeggiano e gridano di gioia quando vedono le bombe americane e israeliane che colpiscono i centri del regime. È incredibile, ma mostra il livello di esasperazione e disperazione di noi iraniani». Entrambi sono consapevoli che, senza un aiuto militare esterno, un rovesciamento di questa forma non sarebbe potuto accadere «nemmeno in cent'anni». Aflaki ha inoltre ben chiaro che, in questa fase, la popolazione non ha voce in capitolo. «Dobbiamo sperare che ci siano degli obiettivi comuni tra israeliani, statunitensi e noi iraniani. Qualcosa che vada a beneficio del popolo». Il nemico comune è il «regime terroristico iraniano» e si spera che Washington e Tel Aviv, per quanto stiano chiaramente perseguendo i propri interessi, vadano fino in fondo.

Perdite che fanno perdere credibilità al regime - Il sistema di governo che l'Iran ha conosciuto dal 1979 a oggi ha perso il suo vertice, la Guida suprema Ali Khamenei, nonché alcuni dei personaggi più radicali. Molto del potere è nelle mani dei paramilitari, come il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, e di altre personalità molto influenti. «Una volta che queste vengono eliminate, il regime perde forza e credibilità». Aflaki afferma che la grande maggioranza della popolazione è ostile e i seguaci degli ayatollah sono ormai una minoranza, per quanto fortemente motivata. Il veder crollare queste figure, una dopo l'altra, «potrebbe indurre i sostenitori degli ayatollah ad accogliere il cambiamento che stiamo cercando». Quello che è successo durante la guerra dei 12 giorni, lo scorso mese di giugno, ha dato un colpo impensabile all'immagine degli ayatollah, che venivano percepiti come intoccabili. «In quei giorni molti hanno lasciato Teheran per timore delle bombe. Oggi questi non sta succedendo». Ed è una dimostrazione di fiducia nella capacità israeliana e statunitense di colpire solo gli obiettivi prefissati.

Majid Aflaki e Negar Alavinejad durante una manifestazione dell'opposizione.

Il colpo di coda e il coraggio della piazza - I prossimi giorni e settimane saranno cruciali per il futuro dell'Iran. Non sono da escludersi pericolosi colpi di coda da parte dell'attuale establishment, ma Alavinejad è sicura: «I giovani da anni hanno deciso e sono molto motivati nel rovesciare completamente questo regime». Non temono nemmeno i proiettili dei Pasdaran e una reazione rabbiosa come quella di due mesi fa. «Un amico iraniano mi diceva che hanno sparato alla gente che era scesa in strada a festeggiare. Il pericolo c'è, ma il popolo - e specialmente i giovani - hanno un coraggio incredibile, una forza sovrumana» che nasce soprattutto dal massacro «incredibilmente brutale» sofferto nelle scorse settimane. «Le famiglie dei caduti, durante i funerali, continuavano a urlare "Morte a Khamenei" e manifestavano la volontà di far cadere questo regime». L'ultima cosa che c'è nelle strade di Teheran, in queste ore, è la paura. L'esasperazione ha raggiunto livelli estremi: «Più di così, cosa possono farci?», si chiede Alavinejad.

La speranza in Pahlavi - Non è più il tempo dei riformisti, corrente politica che ha espresso per esempio l'ex presidente Hassan Rouhani. «Abbiamo provato per vent'anni a fare modifiche, cambiamenti, ma senza esito. Ora la grande maggioranza degli iraniani hanno deciso di dire basta sia a questo regime che ai riformisti». La posizione di Aflaki e Alavinejad è chiara: il prossimo governo dovrà essere sì di transizione, ma non con elementi che sono stati organici al regime islamico. «Ciò che il popolo vuole è il ritorno di Reza Pahlavi». Il figlio dell'ultimo scià di Persia, con il quale condivide il nome, è cittadino statunitense e vive in esilio da 47 anni, da quando il padre fu deposto. «Ha preso in mano la guida di questa rivoluzione e ha un piano molto ben studiato e chiaro per il periodo della transizione». I coniugi residenti in Ticino sono suoi convinti sostenitori - l'immagine allegata li vede durante una manifestazione dell'opposizione - e lamentano che la stampa occidentale, compresa quella ticinese, non abbia spiegato a sufficienza che esiste, nella loro visione, un'alternativa alla Rivoluzione khomeinista.ù

I giovani e «l'errore storico» - L'Iran è un paese giovane, con un gran numero di persone sotto i 35 anni di età. La spinta al cambiamento viene da loro «e non si tireranno indietro». Questa fascia d'età ha una grande consapevolezza: quello che è accaduto nel 1979 «è stato un grande errore storico. Far cadere la monarchia è stato un suicidio collettivo del popolo iraniano». Viene quindi auspicato un ritorno dello scià, di un monarca? Su questo Alavinejad è chiara: «Il mondo è cambiato, la tecnologia ha mutato la mentalità delle persone. Un ritorno di Pahlavi non sarebbe assolutamente un passo indietro: «La diaspora vuole la salvezza dell'Iran e del suo popolo. Il nostro compito, da oggi in poi, sarà sempre più importante: obbligare i governi a capire che Pahlavi deve essere l’interlocutore di riferimento, colui che ha la fiducia delle persone». Il 65enne dovrebbe quindi, nella prospettiva da loro auspicata, fare da guida del Paese in una prima fase che sfocerebbe poi in libere elezioni, nelle quali le varie correnti di pensiero potranno essere rappresentate e venga decisa una nuova forma di governo.

Tornare alle radici persiane - Aflaki va ancora più oltre: «Spingiamo per un ritorno alle origini persiane, senza l'Islam». Assicura che la percentuale maggioritaria di giovani è stanca non solo dell'integralismo imposto dagli ayatollah, ma di una politica impregnata e guidata dalla religione. «Vogliamo che una sia separata dall'altra». Pahlavi, che sta moltiplicando le sue richieste ai leader internazionali, ha lanciato un appello anche agli iraniani: «Restate a casa, ha detto, poi al momento giusto vi dirò di uscire per prendere Teheran. Siamo molto positivi su questo», conclude Alavinejad. «La nostra speranza è di liberare l'Iran e poter gridare questa parola, "libertà"».

Majid Aflaki e Negar Alavinejad

La conferenza a Lugano
Sabato 7 marzo alle 17.30 l'Auditorium del Campus dell'Università della Svizzera italiana a Lugano ospiterà una conferenza dal titolo "Iran oggi. La società iraniana in cammino verso il cambiamento". Il relatore sarà il professor Pejman Abdolmohammadi Bijan, docente presso le università di Trento e Berkeley, nonché esperto di politica internazionale e Medio Oriente. Modera l'incontro la dottoressa Emanuela Dyrmishi, specialista in relazioni transculturali e in Scienza e tecnologia per la salute mentale.

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