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Curarsi con l'ipnosi: «Non riusciva più a prendere l'ascensore»

All’Ospedale di Mendrisio viene utilizzata una tecnica terapeutica decisamente inaspettata.
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Curarsi con l'ipnosi: «Non riusciva più a prendere l'ascensore»
All’Ospedale di Mendrisio viene utilizzata una tecnica terapeutica decisamente inaspettata.

MENDRISIO - «Arrivano pazienti di 70 anni che soffrono di una fobia invalidante da quando ne avevano 20. E spesso riescono a risolvere con l’ipnoterapia». A dircelo è il dottor Marco Grischott, primario di anestesiologia all’EOC e medico referente dell'ambulatorio di ipnosi medico terapeutica dell’Ospedale regionale di Mendrisio.

“L’ipnosi?! In ospedale?!?!”, potrebbe pensare il ticinese medio, che "conosce" l’ipnosi solo attraverso i film, con tanto di effetti drammatici e atmosfera tra il mistico e il magico.

Ma, assicura Grischott, l’ipnosi è una cosa seria. «Può curare fobie, dolori acuti o cronici, disturbi alimentari e dipendenze. E anche insonnia, ansia, problemi gastrointestinali, problemi dermatologici ed emicrania».

Alla radice del trauma - Ma in cosa consiste, nel concreto, questa tecnica terapeutica? «Nell’ipnosi, per capire da dove deriva il problema in questione, si cerca l’associazione negativa alla sua origine. Poi la si fa crollare sostituendola con l’associazione positiva desiderata. Attraverso l’ipnosi, infatti, abbiamo la possibilità di accedere al nostro subconscio, che custodisce le nostre emozioni, convinzioni e credenze, così come la nostra memoria a lungo termine». 

Si va quindi alla radice del trauma, scavando nel profondo. «Un paziente, ad esempio, è venuto da me perché aveva sviluppato una fobia per gli spazi stretti e non riusciva più a prendere l’ascensore», racconta il medico. «Era ben consapevole che si trattava di una paura irrazionale, ma non riusciva a superarla».

«A tre anni, la paura di morire» - Attraverso l’ipnosi è però emerso un avvenimento chiave: «Abbiamo scoperto che quando aveva soltanto tre anni, giocando a nascondino con il fratello, si era infilato in una scatola di cartone. Il fratello se ne era accorto e l’aveva chiuso nella scatola con del nastro adesivo, dicendo “Ora non ti lascio più uscire, ti lascio soffocare lì dentro”. Naturalmente si trattava di uno scherzo, ma la madre in quel momento non era in casa e lui, con la mente di un bambino di tre anni, ha avuto paura di morire. Dopo pochi minuti ovviamente il fratello lo ha liberato e si sono fatti una risata, ma il subconscio del bambino ha registrato tutto. Ha memorizzato che i posti stretti sono pericolosi e questo pensiero si è tramutato in una convinzione. Più tardi, all’età di sette anni, quello stesso bambino è stato inoltre chiuso in un armadio da un amico. E infine, da adulto, ha assistito a un incidente stradale in cui una persona è rimasta incastrata in un’auto».

Quindi, «come strati di neve che si solidificano uno sopra l’altro, questa convinzione è diventata sempre più forte, anche se la persona non risultava ancora sintomatica».

A 40, paure su paure - A un certo punto, però, i sintomi iniziano a manifestarsi eccome, e una forte preferenza verso le scale sfocia in un disagio molto più grande. «A 40 anni la cosa era avanzata a tal punto che il paziente non riusciva più a prendere l’ascensore e provava paura anche in altri spazi ristretti o chiusi come gallerie, treni, aerei, luoghi affollati,...». 

Il problema è che quando il disturbo si manifesta, spesso e volentieri non vi è alcun ricordo del fattore scatenante, perché si tratta tipicamente di un accadimento avvenuto durante l'infanzia. Oppure si ricorda vagamente un episodio ma il suo impatto viene sottovalutato: “Sì, è accaduto, ma ci ho riso su, non può essere quello”, dicono tanti pazienti. Invece per il bambino di allora è stato un vero e proprio trauma, che rappresenta tuttora un problema». 

Via il negativo, dentro il positivo - Altro discorso, invece, per dipendenze e disturbi comportamentali, che richiedono un approccio terapeutico un po’ diverso. «In questi casi attraverso l’ipnosi si va alla ricerca dell'emozione che la persona prova prima di fare quella determinata azione. Per quanto riguarda il fumo, ad esempio si cerca di capire che emozione prova il paziente prima di fumare una sigaretta: può essere tensione, rabbia, tristezza,...e si scava per capire da dove deriva questa emozione. Infine si cerca di risolvere il primo evento che l’ha scatenata e si sostituisce questa associazione negativa con un’associazione positiva».

Spezzare il cerchio del dolore - Infine, per lenire dolori acuti o cronici, esiste anche l’autoipnosi, che può essere insegnata al paziente. «Chi ha dolori cronici spesso ha dolore in un determinato punto, ad esempio alla schiena», spiega Grischott. «Come conseguenza a questo dolore la muscolatura si irrigidisce, il che produce fastidio e ulteriori dolori. Si crea quindi un circolo vizioso e lo scopo dell’ipnosi è quello di interromperlo. L’autoipnosi, in questo senso, ha due vantaggi: da un lato permette di raggiungere uno stato di assoluto rilassamento dal punto di vista locomotorio, e dall’altro ha un forte effetto analgesico». 

Ma non finisce qui. «Si può utilizzare l'autoipnosi anche per andare dal dentista. Permette di sottoporsi a diversi trattamenti senza anestesia», conclude il medico.

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