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CANTONE«Capire di avere una malattia incurabile è stato come perdere una parte di me»

25.11.22 - 06:30
Le sfide (e i pensieri) di chi si scopre malato di tumore alla prostata. La storia del signor V.
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«Capire di avere una malattia incurabile è stato come perdere una parte di me»
Le sfide (e i pensieri) di chi si scopre malato di tumore alla prostata. La storia del signor V.

LOCARNO - Quegli esami con dei valori un po' sballati, la conferma alla visita seguente che «c'è qualcosa che non va nella prostata», la visita dall'urologo e poi la fatidica frase: «è un tumore». La storia del signor V.*, 83 anni di Losone è unica (perché è la sua) ma è comune a tanti altri uomini - più giovani o più vecchi - che nella vita si trovano ad affrontare la malattia.

Proprio per parlare di tumore della prostata ieri, in un PalaCinema di Locarno pieno, l'Eoc ha tenuto un Forum dedicato agli specialisti ma soprattutto ai pazienti. L'idea dell'incontro, infatti, era proprio quella di prediligere l'aspetto umano della malattia e delle cure. Oltre alle parole dei medici, che hanno comunque speso parole incoraggianti relative alle innovazioni nelle terapia e nello screening per individuare la patologia, si è dato spazio alle vite vissute. Proprio come quella del signor V.

«Sapevo che quello era un campanello d'allarme»

«Ho l'apparecchio acustico e quando il mio medico curante mi ha detto che dovevo andare dall'urologo, io ho capito oncologo», ricorda, «in quel momento ho avuto una sensazione forte, sono uno molto intuitivo, sapevo che quello che sentivo era un campanello d'allarme che mi diceva che le cose si sarebbero complicate». 

La conferma definitiva della diagnosi è però arrivata solo dopo le lastre: «Il dottore non ha usato giri di parole mi ha detto subito: “è un tumore”, devo dire che questo l'ho apprezzato. In generale devo dire che i medici mi sono stati molto vicini per ogni problema od ostacolo, erano sempre lì per mostrarmi gli aspetti positivi e le possibilità che c'erano». 

Vista l'età avanzata, sia l'operazione sia la radioterapia erano escluse e l'unica strada percorribile era quella - rodata - della cura ormonale: «Proprio lì, forse ho cominciato a realizzare che avevo una malattia incurabile e la cosa ha iniziato a pesarmi perché toccava un punto importante della mia identità: mi ritenevo sì un vecchio, ma in salute. Mi piaceva esserlo e ne ero molto orgoglioso. La faccenda riguarda anche il rapporto con mia moglie, che è più giovane di me di 13 anni, mantenermi in forma era importante anche per lei. Sentirmi come "un ammalato" mi ha fatto perdere una parte di me. Mi sono un po' chiuso nella rassegnazione, mi dicevo: “Sarà questa la malattia che mi porterà alla tomba?”».

Il lato positivo, e quelli negativi, della terapia

Poi, a un certo punto ecco la svolta improvvisa: «A un certo punto è stato proprio quel mio buono stato di salute a far si che l'opzione della radioterapia tornasse sul tavolo, la cosa mi ha subito ricaricato. Sono stati giorni e settimane frenetici, finalmente potevo guarire!». Il ciclo non è però stato una passeggiata: «39 sedute, ancora non le ho finite ma spero mi facciano uno sconto», ride, «non è facile per tutti gli effetti collaterali a essa collegati, e anche per la somministrazione vera e propria che è un po' fastidiosa, assieme al fatto che... mi è venuta la pancia».

Fra gli effetti indesiderati delle cure ce ne sono anche che riguardano la sfera sessuale: «Alla mia età non è una cosa così fondamentale, io e mia moglie ci vogliamo bene e non ne abbiamo così bisogno. Ho anche notato un effetto benefico, però, soprattutto per quanto riguarda la parte dei pensieri legati al desiderio. Diciamo che si è più sereni a relazionarsi con gli altri senza questa cosa della dimensione sessuale sempre presente. In generale però sto bene, certo quando faccio le passeggiate o vado in bici devo fare attenzione a non esagerare, soprattutto in salita. Altrimenti so già che rischio di sentirmi mancare».  

*nome noto alla redazione

La grande sfida degli incontri di auto-aiuto

Al di là della parte medica c'è anche quella di assistenza e aiuto psicologico. Uno degli strumenti sono i gruppi di auto-aiuto che però in Ticino si trovano confrontati con diverse sfide, come confermato da René Rosenfel che li gestisce per ProCasi. L'idea è quella di riunire pazienti, ex-pazienti e loro famigliari per parlare della malattia, del percorso di cure e delle sfide a esso collegate (anche legate alla sfera sessuale). «Siamo lontani dal raggiungere i risultati sperati», conferma Rosenfeld. I motivi sono molti, fra i quali una collaborazione con gli urologi «che eufemisticamente definirei da migliorare» e una difficoltà a coinvolgere i partecipanti: «Capita che le persone del Sottoceneri non si spostino per seguire gli incontri nel Sottoceneri e viceversa, inoltre al momento c'è una totale assenza di riscontro da parte di chi abita nelle Valli». Vero è che gli incontri sono relativamente una novità, e che di mezzo ci si è messo il Covid: «Solo da poco abbiamo ripreso a rincontrarci in presenza e stiamo pensando a nuove modalità per far rinascere questi gruppi».

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