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SVIZZERA

«L'attacco in Venezuela andrebbe condannato e con forza»

È l'opinione di Oliver Diggelmann, professore di diritto internazionale all'Università di Zurigo.
Università di Zurigo
Fonte Ats
«L'attacco in Venezuela andrebbe condannato e con forza»
È l'opinione di Oliver Diggelmann, professore di diritto internazionale all'Università di Zurigo.

ZURIGO - La Svizzera dovrebbe condannare con la massima forza l'attacco degli Stati Uniti al Venezuela: è l'opinione di Oliver Diggelmann, professore di diritto internazionale all'Università di Zurigo.

L'aggressione è contraria al diritto internazionale, «non è una questione opinabile», afferma l'esperto in un'intervista pubblicata oggi dal Tages-Anzeiger. Gli Stati Uniti hanno violato in primo luogo il divieto fondamentale dell'uso della forza, principio cardine della Carta delle Nazioni Unite. «L'autodifesa secondo la Carta dell'ONU è consentita solo contro un attacco militare». L'argomentazione di Washington - azione contro il «narco-terrorismo venezuelano" - è da considerare "priva di fondamento".

Un'altra grave violazione riguarda l'immunità dei capi di stato - «Nessun paese può sottoporre i capi di stato in carica ai propri tribunali nazionali», spiega il 58enne, riferendosi al piano di processare Nicolás Maduro a New York. «I tribunali penali internazionali, invece, possono farlo: è per questo motivo che sono stati emessi mandati di arresto contro Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu».

Al giornalista della testata zurighese che fa notare come tale regola potrebbe proteggere anche dittatori da processi stranieri, l'accademico conferma: «Durante il mandato è così. Perché il diritto internazionale dà un peso estremamente elevato alla stabilità degli stati e dei loro governi». Secondo questa logica, «i regimi ingiusti sono in ultima analisi il male minore rispetto ai conflitti e alle guerre civili, in cui la vita umana spesso non conta più nulla». L'immunità cessa solo dopo la fine del mandato, motivo per cui «così tanti dittatori si aggrappano alle loro cariche».

Critiche alle reazioni moderate - Lo studioso critica apertamente le reazioni moderate di molti paesi occidentali, Svizzera inclusa, rispetto alla condanna molto più dura che ha suscitato l'invasione russa dell'Ucraina. «La Svizzera ha scelto la via della cautela, evitando di chiamare le cose con il loro nome. Come altri governi europei, anche quello elvetico sta cercando di trovare formulazioni diplomatiche. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz parla di una situazione complessa. Ma cosa c'è di complesso? Io non lo vedo».

Sulla possibilità che gli Usa subiscano sanzioni analoghe a quelle imposte alla Russia l'intervistato si mostra scettico: «Francamente penso che non accadrà. Almeno non in Occidente, che dipende politicamente dalla sicurezza degli Stati Uniti e teme i dazi americani».

«Non voglio nascondere la realtà: siamo giunti a un punto critico per quanto riguarda il divieto di ricorrere alla forza», prosegue lo specialista autore anche di due romanzi, oltre che di saggi nella sua materia. «Oggi tutte e tre le potenze militari - Stati Uniti, Russia e Cina - rivendicano per se stesse delle eccezioni al divieto di ricorrere alla forza. Nei confronti delle altre nazioni, invece, insistono sul rispetto del diritto internazionale».

Il sistema mondiale va riconfigurato - Questa dinamica contribuisce a una fase di riconfigurazione del sistema mondiale con esito incerto, caratterizzata da due cambiamenti fondamentali: da una parte la richiesta di un ruolo più centrale da parte di stati emergenti e del sud globale nelle istituzioni internazionali, dall'altra l'aspirazione delle tre grandi potenze militari a far rivivere un sistema di sfere di influenza nelle loro regioni.

«Naturalmente non posso prevedere se le grandi potenze riusciranno a instaurare un sistema di questo tipo, con sfere di interesse. Questi sviluppi non seguono un andamento lineare e gli Stati Uniti sono ancora una democrazia in cui molte cose possono cambiare rapidamente. Posso però affermare che ora è fondamentale denunciare con chiarezza le violazioni. Si tratta di unirsi per difendere il divieto di ricorrere alla forza, che ha risparmiato al mondo molta violenza e sofferenza e ha reso possibile il progresso».

Come se ne esce? - «Con il maggior numero possibile di stati che si uniscono e non lasciano alcun dubbio sulla non negoziabilità del divieto di ricorrere alla forza. Un'Europa unita in materia di politica di sicurezza avrebbe un certo peso. Una Svizzera coraggiosa sarebbe d'aiuto». In che senso, coraggiosa? «Dovrebbe condannare con la massima fermezza l'attacco. La violazione del divieto di ricorrere alla violenza non è negoziabile», conclude il giurista di nazionalità elvetica.

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