«Morsi, minacce e violenza»: il racconto di una direttrice di asilo

Operatori sotto stress, tra bambini difficilmente gestibili e mancanza di sostegno da parte dei genitori
SOLETTA - «Siamo morsi, colpiti e minacciati dai bambini». Maria*, 25enne direttrice di un asilo nido, racconta a 20 Minutes una quotidianità sempre più complessa a contatto con minori che presentano gravi disturbi del comportamento. Un bambino urla, un altro lancia un giocattolo attraverso la stanza. Un’educatrice interviene, ma pochi secondi dopo viene colpita con un asse da stiro giocattolo. Un’altra collega riceve un colpo alle costole e fatica a respirare. A fine giornata, un’altra ancora si rifugia nella stanza accanto per piangere.
«Siamo spesso sul punto di crollare», racconta Maria, attiva da otto anni negli asili del Canton Soletta da otto anni. «Amo il mio lavoro, ma onestamente non so per quanto ancora vorrò farlo».
«Anche noi educatrici abbiamo dei limiti»
Maria descrive una sensazione costante di invisibilità e abbandono, da parte delle autorità, dei genitori e della società. «Ci sentiamo dire continuamente: “Sono solo bambini”. Certo che lo sono, e nessuno vuole stigmatizzarli. Ma un no è un no. Anche noi educatrici abbiamo limiti e sentimenti».
Le difficoltà aumentano quando è evidente che alcuni bambini necessitano di un supporto specifico, ma i genitori non lo riconoscono. «Non si tratta di dire che un bambino è cattivo. Ci sono bambini con autismo, sindrome di Asperger, problemi di aggressività o difficoltà emotive. Tutto questo è normale. Ma hanno bisogno di un accompagnamento diverso».
20-25 bambini al giorno
Molte strutture, però, non sono in grado di offrire questo tipo di assistenza. «Non siamo formati per gestire contemporaneamente più bambini con disturbi importanti, e il personale è insufficiente». Nella sua struttura vengono seguiti ogni giorno tra i 20 e i 25 bambini. Circa cinque, spiega Maria, sono «bambini speciali». «Non fraintendetemi: non è colpa loro. Molti hanno vissuto violenza in casa o non conoscono altro».
Morsi, lividi e limiti superati ogni giorno
Le situazioni possono diventare estreme. Maria racconta di un bambino che ha tentato di lanciarsi dalla finestra. Quando è intervenuta, il piccolo le ha detto: «Ora ti rompo le dita» e ha sbattuto la porta. «Le mie dita si sono rotte».
In un altro episodio, un bambino ha distrutto deliberatamente un giocattolo. Quando un’educatrice ha cercato di parlargli con calma, la situazione è degenerata: «Ha aggredito prima una collega e poi ne ha colpita un’altra alle costole», causando contusioni e problemi respiratori. A questi episodi si aggiungono morsi, lividi e continui superamenti dei limiti. «Veniamo morsi, colpiti o minacciati. A volte i bambini ci dicono: “Dirò a casa che ci picchiate”».
Carenza di personale e pressione psicologica
A pesare è anche la necessità di controllare costantemente le proprie emozioni. «Dobbiamo restare calme, mantenere un volto impassibile. Il bambino urla, colpisce o insulta, e noi continuiamo a parlargli con calma». Ma anche i professionisti hanno un limite: «Dopo alcuni colloqui sono andata in un’altra stanza a piangere, perché non ce la facevo più».
«Siamo ridicolizzate»
Secondo Maria, le richieste di aiuto vengono spesso ignorate. «Quando chiediamo sostegno, a volte veniamo ridicolizzate». La situazione si complica ulteriormente quando i genitori rifiutano l’idea che il proprio figlio abbia bisogno di un supporto aggiuntivo: «Molti dicono semplicemente: “Il mio bambino è normale”».
Alla fine, osserva, sono proprio i bambini a pagarne le conseguenze. «Un bambino completamente sopraffatto non dovrebbe essere inserito in un gruppo normale senza supporto. È ingiusto nei suoi confronti». Anche i cambiamenti sociali si riflettono negli asili. «Molti bambini giocano quasi esclusivamente a giochi di ruolo con armi. Costruiscono pistole con i Lego ispirandosi ai videogiochi, e questo si riflette nel loro comportamento».
«I bambini non ne hanno colpa»
Per alcuni minori, la violenza è diventata qualcosa di normale. «Non capiscono che non si deve mordere qualcuno fino a farlo sanguinare». Nell’asilo si interviene con approcci educativi e calma, ma «a casa spesso è tutta un’altra realtà».
Nonostante tutto, Maria ribadisce: «I bambini non ne hanno colpa». Proprio per questo, aggiunge, è necessario affrontare il problema. «All’inizio, come educatrice, ti vergogni e pensi di aver fallito. Ma non è questo il punto. Deve cambiare qualcosa».
In alcuni casi, non resta alcuna soluzione. «Abbiamo avuto un bambino a cui non è stato più possibile permettere la frequenza senza preavviso, perché il pericolo per gli altri e per le educatrici era diventato troppo grande». Una decisione dolorosa: «Mi ha fatto molto male. Ma a un certo punto né il gruppo né il personale riescono più a reggere». Eppure, il giorno dopo Maria torna al lavoro. «Perché amo davvero questo mestiere». Ma per quanto ancora, non lo sa più.
*nome noto alla redazione.



