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ITALIA / SVIZZERA

L’altra faccia del paradiso: la lunga ombra della ’ndrangheta sulla Svizzera

L'arresto di un latitante a Zurigo ha riacceso i riflettori sulla presenza dell'organizzazione criminale calabrese sul territorio elvetico
20min/Matthias Spicher
Fonte Corriere della Calabria
L’altra faccia del paradiso: la lunga ombra della ’ndrangheta sulla Svizzera
L'arresto di un latitante a Zurigo ha riacceso i riflettori sulla presenza dell'organizzazione criminale calabrese sul territorio elvetico

REGGIO CALABRIA - La Svizzera torna ciclicamente al centro della cronaca giudiziaria italiana non solo come rifugio di latitanti, ma come territorio silenzioso e funzionale alle strategie della ’ndrangheta. L’arresto di Bruno Vitale, uno dei “Gallace boys”, dopo mesi di latitanza oltreconfine, ha riacceso i riflettori su un Paese che da decenni rappresenta per le cosche calabresi molto più di una semplice tappa logistica. È il Corriere della Calabria a ricostruire lo storico legame tra la regione italiana e la Svizzera.

Le indagini più recenti lo confermano. Un dossier della Procura federale, reso pubblico da una sentenza del Tribunale penale federale di Bellinzona, racconta di un pregiudicato arrestato nel maggio 2025 nella Svizzera interna, sospettato di essere un vero e proprio snodo operativo della ’ndrangheta. Secondo gli inquirenti, l’uomo faceva da ponte tra il narcotraffico internazionale e il riciclaggio dei proventi illeciti in territorio elvetico. Le perquisizioni nei cantoni di Zurigo e San Gallo hanno portato al sequestro di armi, droga e contanti, ma soprattutto di materiali digitali inquietanti: immagini di riti di affiliazione e foto di un cadavere smembrato, forse proveniente dall’America Latina. Sullo sfondo, un progetto per importare 200 chili di cocaina, un giro di monete false e un’operazione immobiliare in Ticino gestita, secondo la Procura, «con metodo mafioso».

Non si tratta di un caso isolato. Poche settimane prima, un’altra inchiesta federale aveva puntato i riflettori sul Canton Argovia, dove un cittadino italiano è accusato di aver operato per quasi vent’anni come referente della cosca Anello-Fruci. Un ruolo discreto ma cruciale: rapporti diretti con i vertici del clan, supporto logistico, gestione di manodopera e trasferimenti di denaro verso l’Italia. Per la Fedpol, prove di una presenza strutturata e duratura della ’ndrangheta in Svizzera.

I collegamenti con l’Italia emergono anche dalle indagini della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Nel giugno 2024, tre residenti in Svizzera – un ristoratore, un imprenditore e il nipote di un boss coinvolto nella strage di Duisburg – sono finiti nel mirino per il loro ruolo di supporto a una ’ndrina calabrese. Le perquisizioni tra Zurigo, Berna e Turgovia hanno mostrato quanto sia complesso, per le autorità elvetiche, dimostrare giuridicamente l’esistenza di un’associazione mafiosa, nonostante indizi e contatti transnazionali.

In realtà, la storia è lunga. Già dagli anni ’70 le cosche utilizzavano la Svizzera come luogo sicuro per depositare capitali e intrecciare affari. Rapporti ufficiali e sentenze italiane hanno documentato traffici di droga, armi e riciclaggio, oltre all’esistenza di “locali” di ’ndrangheta a Zurigo e Frauenfeld. Secondo la Fedpol, nel 2021 erano attivi nel Paese circa venti gruppi riconducibili alla criminalità calabrese, per un totale stimato di 400 affiliati.

Le parole di Nicola Gratteri, ora a Napoli ma in precedenza Procuratore della Repubblica in Calabria, aiutano a leggere questo fenomeno: all’estero la ’ndrangheta non spara e non incendia, ma si mimetizza. Gestisce la cocaina, investe, ricicla e si adatta a contesti dove il controllo del territorio è meno aggressivo e le maglie normative più larghe. Una strategia che rende la Svizzera – come altri Paesi del Nord Europa – particolarmente attrattiva.

Anche il mondo accademico invita a guardare il fenomeno senza sensazionalismi. Secondo Zora Hauser, sociologa e ricercatrice svizzera dell'Università di Cambridge, all’estero le cosche replicano un modello flessibile, muovendosi tra economia legale e illegale, dall’edilizia alla ristorazione, integrandosi nel tessuto sociale. Il rischio, avverte, non è l’emergenza visibile, ma la zona grigia: reti relazionali, affari ibridi, adattamento silenzioso alle regole locali.

Nel loro insieme, le inchieste raccontano una verità scomoda: la Svizzera non è solo un rifugio occasionale, ma uno spazio stabile e funzionale alle strategie della ’ndrangheta. Ed è proprio questa normalità apparente a rendere il fenomeno più difficile da individuare e contrastare.

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