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FOBIE

Gen Z con il terrore della telefonata

Una recente indagine nel Regno Unito ha rivelato che il 23% delle persone tra i 18 e i 35 anni non risponde mai al telefono, preferendo di gran lunga i messaggi di testo. L'esperto: «Si può superare»
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Fonte Ats
Gen Z con il terrore della telefonata
Una recente indagine nel Regno Unito ha rivelato che il 23% delle persone tra i 18 e i 35 anni non risponde mai al telefono, preferendo di gran lunga i messaggi di testo. L'esperto: «Si può superare»

AARAU - In un'epoca di iperconnessione un atto di comunicazione fondamentale sta diventando un incubo per intere generazioni: telefonare. La "telefonofobia", l'ansia intensa e invalidante legata al dover effettuare o ricevere una chiamata vocale, è in netta crescita, conferma lo psicoterapeuta Marco Schneider in un'intervista pubblicata oggi dal portale Watson.

I numeri dipingono un quadro chiaro di un disagio generazionale. Una recente indagine nel Regno Unito ha rivelato che il 23% delle persone tra i 18 e i 35 anni non risponde mai al telefono, preferendo di gran lunga i messaggi di testo. E se un colloquio telefonico è inevitabile, il 68% vorrebbe almeno un preavviso. Il fenomeno riguarda la generazione Zeta e in parte anche i Millenials, in contrasto stridente con la generazione over 55, per la quale quasi nove persone su dieci indicano la chiamata vocale come il loro strumento di comunicazione preferito.

Come si riconoscono le persone che hanno paura di telefonare? - «Tipica è la loro paura di finire in una situazione che li mette a disagio durante una telefonata, che si tratti di comunicare una malattia al lavoro o di chiamare il proprietario di casa», afferma Schneider, specializzato in disturbi d'ansia.

Ma quando la semplice antipatia per il telefono diventa una fobia clinicamente rilevante? Lo specialista spiega che, secondo i criteri diagnostici internazionali, si è di fronte a una vera e propria fobia sociale «quando la paura è sproporzionatamente forte e porta a una sofferenza significativa, quindi ha un impatto profondo sulla vita quotidiana».

A quel punto si manifestano anche sintomi fisici inequivocabili. «Fisiologicamente, il panico colpisce soprattutto il sistema cardiovascolare. Le persone colpite sperimentano battito cardiaco accelerato e sudorazione, tipico è l'arrossamento, a cui possono aggiungersi secchezza in bocca, tremori e nausea». La mente, intanto, è preda di un circolo vizioso di autocritica. «Costante auto-osservazione e auto-valutazione: le persone colpite si condannano in anticipo, all'insegna del motto, 'non ce la farò mai, avrò un blackout'».

Il problema è chiaramente legato all'età: alzare la cornetta, chiamare, salutare, presentarsi, avviare una conversazione sono cose che le generazioni precedenti hanno praticato quotidianamente, ma non lo fanno gli Zoomer.

«Secondo alcuni sondaggi, un quinto dei ragazzi tra i 12 e i 19 anni cerca di evitare le telefonate. Esiste anche uno studio che mostra come solo il 5% di questa fascia d'età utilizza il cellulare per telefonare, mentre l'84% lo usa per WhatsApp. E se torniamo a parlare del legame con le fobie sociali, salta all'occhio che i giovani tra i 14 e i 20 anni ne sono colpiti in misura superiore alla media: il 17% di loro ne soffre, una percentuale che non si riscontra affatto nella popolazione generale».

Il meccanismo di difesa più comune, osserva lo specialista, è evitare di confrontarsi alle difficoltà. «Le persone colpite rimandano le telefonate o cercano di evitarle del tutto».

Questo comportamento, sebbene comprensibile, in realtà alimenta il problema. Schneider avverte che la tendenza di molte aziende a offrire solo opzioni di chat per il servizio clienti se da un lato accomoda gli ansiosi «porta però a un circolo vizioso di mancanza di pratica e risultante paura». A suo avviso la soluzione, quindi, non sta nel fuggire, ma nell'affrontare la paura in modo graduale e strutturato.

La terapia cognitivo-comportamentale offre strumenti concreti - Il primo passo è spostare il focus dell'attenzione da se stessi all'interlocutore. «Le ansie sociali vivono del fatto che ci osserviamo da soli», chiarisce Schneider.

«Al telefono si tratta di concentrarsi sulla voce dell'altra persona e sul contenuto della conversazione, invece che sul proprio battito cardiaco o sui piccoli errori di pronuncia». Successivamente, è cruciale mettere in discussione i pensieri catastrofici: «Dovresti considerare incompetente il tuo interlocutore se balbetta un po'? Con un cambio di prospettiva, le persone colpite spesso si rendono conto di essere inutilmente severe con se stesse».

Il culmine del percorso è l'esposizione graduale. «Prima con degli appunti, poi sempre più liberamente. Forse si ordina prima una pizza al telefono, poi si chiama l'ufficio delle imposte e alla fine si ha la conversazione con il capo», illustra lo psicoterapeuta.

Per i più coraggiosi, esistono persino esercizi di «attacco alla vergogna», concepiti non per umiliare, ma per costruire resilienza sociale: «L'esperienza 'anche se a volte mi comporto in modo imbarazzante, non succede niente di grave', riduce le paure».

All'origine di questa «enorme paura di fallire di fronte agli altri», Schneider identifica spesso «una generale insicurezza di sé», radicata in esperienze passate, come genitori eccessivamente critici o iperprotettivi che non hanno permesso di imparare a gestire gli errori. Il consiglio dello specialista è di cercare aiuto quando l'evitare le situazioni spiacevoli inizia a limitare la vita in modo tangibile: «Diciamo che non osi chiamare un conoscente per scoprire a che ora inizia la sua festa di compleanno e preferisci non andarci affatto: questo è un comportamento che limita la tua vita».

La buona notizia è che «le fobie sono in linea di principio ben curabili con la terapia». E per il primo, fondamentale contatto con un terapeuta, c'è una rassicurazione per i più ansiosi: quasi tutti gli studi possono essere contattati senza dover per forza usare il telefono, conclude Schneider.

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