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SVIZZERA / RUSSIA«Con alcuni colleghi e amici non parlo più di politica»

11.03.22 - 06:00
La testimonianza di P.M., cittadino svizzero che da diciotto anni vive nella città russa di San Pietroburgo
Imago
Fonte 20 Minuten / Claudia Blumer
«Con alcuni colleghi e amici non parlo più di politica»
La testimonianza di P.M., cittadino svizzero che da diciotto anni vive nella città russa di San Pietroburgo

SAN PIETROBURGO - Lo scorso 24 febbraio le truppe russe sono entrate in Ucraina. E da quel giorno la situazione è precipitata. Anche nella Federazione russa, che è colpita da diverse sanzioni economiche applicate dall'Occidente. P.M., cittadino svizzero che da diciotto anni vive a San Pietroburgo, ci racconta la Russia di oggi.

Secondo un esperto, il presidente russo Vladimir Putin potrebbe introdurre la legge marziale. Lei non ha intenzione di lasciare il paese il più presto possibile?
«No, sono abbastanza tranquillo e sono in continuo contatto col consolato generale. Come cittadino straniero, presumo inoltre che anche con la legge marziale potrò lasciare il paese in qualsiasi momento. E c'è di più: non voglio semplicemente scappare. Da quindici anni lavoro per un'azienda del posto. Sento che andarmene sarebbe sbagliato nei confronti dei colleghi russi. Anche per loro la vita deve andare avanti. Ci piace la Russia e ci piace vivere qui».

Con la guerra in Ucraina, com'è cambiata la vita in Russia?
«La guerra è quasi ovunque. È un argomento di conversazione tra amici e colleghi. Praticamente tutti i generi alimentari sono diventati più costosi. E i prezzi continueranno a salire. Per esempio i pompelmi, che sono solito acquistare, ora costano il doppio rispetto a qualche settimana fa. Per un chilo si paga ora l'equivalente di due franchi invece di uno. Nel prossimo futuro alcuni prodotti più esclusivi non saranno probabilmente più disponibili. Le banche non possono inoltre più vendere valuta estera».

Facebook e Twitter sono stati bloccati?
«Sì. Anche se attualmente da casa riesco ancora ad accedervi. Ho notato che dipende dal provider con cui si accede al web».

Cosa pensano i russi della guerra in Ucraina?
«Le opinioni sono diverse. La mia vicina di casa con la quale di solito ho un buon rapporto, per esempio, segue radicalmente la linea ufficiale. Nel 2014 è fuggita dal Donbass a San Pietroburgo. Con lei non ne parlo più. Una volta ho avuto una discussione accesa anche con una collega di lavoro. Da allora non abbiamo più parlato di politica. Ho la sensazione che la maggioranza dei russi continui ancora a sostenere le azioni di Putin. In particolare la generazione pìu anziana, che riceve le informazioni dalla televisione, e che ha vissuto l'era sovietica e il crollo dell'Unione sovietica. È la generazione che porta in sé ancora l'umiliazione per quanto accaduto e vede l'Ucraina come una parte culturale della Russia. I giovani si informano invece su internet e sono più critici».

Quindi i russi sostengono Putin?
«Si dice che ogni paese ha il presidente che si merita. Questo vale sicuramente per la Russia. Nonostante l'apprezzamento nei suoi confronti sia notevolmente diminuito, Putin resta comunque una figura molto popolare. La popolazione russa è orientata all'imperialismo e al ritorno della Russia alla sua grandezza di un tempo. Ma in generale non si può dire che la popolazione appoggi anche quanto sta accadendo in Ucraina. Nessuno vuole questa guerra».

Il popolo russo non vuole la guerra?
«La maggior parte dei russi segue la versione ufficiale e descrive quindi i compatrioti che vivono in Ucraina come vittime e perseguitati dall'Ucraina. E affermano pertanto che questa guerra è dovuta all'Occidente».

Com'è lo stato d'animo dallo scorso 24 febbraio?
«C'è depressione. Le sanzioni economiche si fanno sentire, alcuni prezzi sono già a livelli sconcertanti. La scorsa settimana Ikea ha chiuso i negozi. E ora tocca anche a Obi e alla fabbrica finlandese Fazer, che qui nella regione conta tre sedi. Si tratta di oltre duemila posti di lavoro».

P.M. ha 45 anni e vive con la famiglia a San Pietroburgo. Nel 2004 dalla Svizzera si è trasferito in Russia. Lavora come traduttori in una fabbrica, filiale di un gruppo svizzero con sede a San Pietroburgo.

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