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06.09.2021 - 10:180
Aggiornamento : 12:34

Lo slogan per capire se una prostituta è vittima

In Svizzera le denunce per sfruttamento della prostituzione sono esplose con la pandemia

La Polizia di Basilea ha lanciato un'interessante campagna di sensibilizzazione rivolta ai clienti

BASILEA - «Hai coraggio, dongiovanni?». O meglio in tedesco, con rima: «Hast du Eier, Freier?». È lo slogan di una singolare campagna lanciata dal gruppo Prevenzione della criminalità svizzera (SKP), a partire dalla città di Basilea. Il progetto pilota, in collaborazione con la polizia cantonale, vuole addestrare i clienti delle prostitute a riconoscere se queste ultime sono vittime della tratta di esseri umani, e della prostituzione forzata. 

Come? Prestando attenzione ad alcuni campanelli d'allarme, e seguendo un vademecum che viene pubblicizzato tramite i siti a luci rosse. Gli annunci dal titolo-esca verranno pubblicati per i prossimi sei mesi e saranno collegati a una pagina informativa, dove sarà anche possibile sporgere denuncia con pochi click, in presenza di un sospetto reato.

«Le donne costrette a fare sesso spesso hanno un solo contatto con il mondo esterno: i clienti» si legge in un comunicato diffuso venerdì dalla Polizia di Basilea. Per scoprire casi di tratta di esseri umani, le autorità dipendono dall'aiuto dei "donnaioli" che frequentano le prostitute. Ma occorre responsabilizzarli.  

Quali sono dunque i segnali a cui prestare attenzione? Anzitutto, se la ragazza presenta lividi o ferite sul corpo. I segni di violenza fisica sono il primo indizio di una costrizione o di una situazione problematica, e non vanno trascurati. In caso di dubbio, il cliente dovrebbe inoltre poter accertare la maggiore età della ragazza, magari attraverso un documento. 

Anche i segni psicologici sono spesso rivelatori. Se la persona non riesce a comunicare in modo normale, ha un aspetto triste, spaventato, disperato, se si mostra poco reattiva o sotto l'effetto di droghe, è probabile che non si stia prestando alla prostituzione di propria volontà. Anche l'istinto non va ignorato: in assenza di segnali fisici o psicologici, il cliente può comunque avvertire una sensazione spiacevole. Una segnalazione in più è meglio di una segnalazione mancata, assicura la polizia. 

Per i clienti che non se la sentano di recarsi di persona in un commissariato, o preferiscano per qualsiasi ragione l'anonimato, è stato allestito un centralino presso l'associazione ACT212, che da anni si occupa della tratta di esseri umani in Svizzera. La denuncia è anonima e senza conseguenze per l'autore, anche se la segnalazione dovesse risultare infondata. 

In Svizzera i casi di tratta di esseri umani sono esplosi nel 2020 (ultimo dato disponibile). Già nel 2019, con 255 casi noti, si era superato un triste record ma nell'anno della pandemia il dato è schizzato al di sopra delle 300 unità, secondo i dati annuali del Servizio specializzato in materia di tratta e migrazione delle donne (FIZ).

Le vittime note - in totale 303 - provengono da una sessantina di Paesi diversi e sono in grandissima parte donne, ma ci sono anche trans e uomini. La maggior parte delle vittime proviene da Nigeria, Romania, Ungheria, Bulgaria, Camerun, Congo e Serbia. Dai dati registrati dal FIZ, emerge che esse venivano sfruttate in 16 cantoni, in particolare a Zurigo, Berna e Argovia. Questi tre, sottolinea l'organizzazione, si stanno focalizzando attivamente su questo ambito e riescono a identificare un «numero significativamente maggiore di vittime». Il Ticino non figura sulla lista, mentre nei Grigioni si contano due casi nel 2020.

Il Servizio gestisce principalmente due servizi, che lo scorso anno hanno sostenuto in totale oltre 1000 persone: il programma specializzato di protezione delle vittime di tratta e la consulenza per donne migranti.

Per quanto riguarda le donne migranti, a causa del coronavirus le clienti del centro di consulenza sono passate da 377 a 705. Circa il 60% di esse erano lavoratrici del sesso, perlopiù provenienti dall'America latina o dall'Europa dell'est. Non avendo entrate, la maggior parte di loro non era più in grado di pagare i contributi della cassa malattia, né l'affitto e in alcuni casi nemmeno il cibo.

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