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SAN GALLO
12.04.2020 - 21:140
Aggiornamento : 23:31

Infermiera al lavoro benché affetta da coronavirus

L'ospedale: «Se i sintomi sono lievi non ha senso impiegare qualcun altro». L'UFSP e Swissnoso, però, dissentono.

SAN GALLO - Suscita non poca perplessità tra i dipendenti dell’Ospedale cantonale di San Gallo il caso di un’infermiera che, nonostante sia recentemente risultata positiva al coronavirus, viene fatta lavorare comunque. «Non capiamo perché lei debba venire malata mentre altri, sani, rimangono a casa», confessa a 20 Minuten Aurelia*, un'altra collaboratrice della struttura.

La donna è venuta a sapere del caso della collega contagiata mentre dava supporto a un reparto diverso dal proprio. Infettatasi a causa di un paziente la cui positività è stata scoperta solo in ritardo, l’infermiera colpita dal coronavirus è rimasta dapprima a casa due giorni in attesa del risultato del test. Non presentando sintomi, è stata quindi richiamata in servizio dopo altri due giorni: «Non si sente bene a essere lì», spiega Aurelia, che sostiene che nemmeno i suoi compagni di squadra sono entusiasti della cosa.

Oltre a essere rischiosa, la presenza della collaboratrice infetta sarebbe pure inutile, sottolinea. Con le operazioni azzerate e in attesa di un picco di contagi, infatti, l’ospedale chiede piuttosto di accumulare ore che di fare ore supplementari, così da poter rimanere in servizio anche 60 ore alla settimana in caso di emergenza. 

L’Ospedale cantonale di San Gallo sostiene dal canto suo che le linee guida stabiliscono che i dipendenti ammalati che presentino sintomi lievi e siano privi di febbre devono isolarsi per 48 ore e che, passato questo periodo di tempo, possono tornare al lavoro «se possibile portando una mascherina chirurgica per 10 giorni dalla comparsa dei sintomi». La struttura sostiene così di attenersi alle raccomandazioni di Swissnoso, il centro nazionale per la prevenzione delle infezioni, che consiglia di permettere al personale malato di tornare in servizio portando la mascherina. L’obiettivo: garantire l’assistenza ai pazienti in caso di mancanza acuta di personale.

L’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) insiste proprio su questo punto per criticare indirettamente la scelta del nosocomio sangallese. Le raccomandazioni di Swissnoso, infatti, rappresentano una soluzione d’emergenza pensata per la situazione straordinaria determinata dal coronavirus e «non dovrebbero essere usate fintanto che l’assistenza e la sicurezza dei pazienti possono essere garantite altrimenti». E all’Ospedale cantonale di San Gallo, per il momento, non sembra affatto regnare una crisi: «Siccome le operazioni chirurgiche sono state annullate adesso ci sono più di 300 letti liberi», ammette la struttura. «Per questo invitiamo il personale, quando possibile, a ridurre le ore supplementari», aggiunge. 

Paradossalmente, però, il nosocomio difende la scelta di far lavorare collaboratori infetti: «Se qualcuno è solo leggermente raffreddato può continuare a lavorare, non ha alcun senso impiegare al suo posto personale che non conosce i processi», motiva il portavoce Philipp Lutz. Le misure standard impiegate, del resto, proteggerebbero sufficientemente i pazienti: «Non sussiste alcun rischio aumentato», assicura. 

Ma nemmeno Swissnoso, alle cui raccomandazioni la struttura si appella, sembra troppo convinta da queste spiegazioni: «È palese che le linee guida di San Gallo non corrispondono alle nostre indicazioni», taglia corto il presidente dell’organizzazione, Andreas Widmer.    

*Nome di fantasia


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