Una gioventù che si ferma: il vero rischio non è la povertà, è l’uscita dal sistema

Sara Rossini – fondatrice Fill-Up
C’è una frase di Ilario Lodi, nell’articolo di Prisca Dindo apparso sul CdT Weekend “Una gioventù in bolletta”, che colpisce perché è scomoda, ma tremendamente reale: alcuni giovani iniziano a vedere l’assistenza come una scelta di vita. Non come un aiuto temporaneo, ma come una direzione.
Se ci pensiamo bene, è un cambio di paradigma enorme. E anche pericoloso.
Perché oggi il problema non è solo che tanti giovani fanno fatica. Il problema è che sempre più spesso iniziano un percorso — scuola, apprendistato, formazione — e lo mollano prima di arrivare in fondo. E quando si esce dal sistema formativo senza un diploma, il rischio è chiaro: si fa fatica a rientrare nel mondo del lavoro e piano piano si entra in quello degli aiuti sociali.
Il punto è che all’inizio sembra anche funzionare. Ed è qui che nasce l’inganno. Viviamo in un’epoca che spinge verso la scorciatoia. Guadagni facili, successo veloce, «diventa imprenditore in 3 mesi», corsi online che promettono libertà ma spesso svuotano il portafoglio. Dall’altra parte, cresce l’idea che l’assistenza possa garantire una vita senza troppo sforzo.
Ma la realtà è meno romantica.
Sempre più spesso mi confronto con giovani che inseguono queste due strade: o il successo veloce senza basi, oppure l’idea di poter vivere di aiuti. E il risultato è lo stesso. A 25-30 anni si ritrovano con poco in mano. Senza un diploma. Senza esperienza solida. E con una sensazione forte: quello che hanno ottenuto non li rende liberi.
Perché la libertà vera non arriva senza competenze. E senza mettersi in gioco davvero.
E qui serve dirlo chiaramente: l’assistenza non è nata per essere una meta. È uno strumento temporaneo. Il problema è che oggi viene percepita sempre meno come un passaggio e sempre più come una possibilità stabile.
E questo non è un tema “dei giovani”. È un tema nostro. Di sistema.
Perché sì, una volta c’era quasi vergogna nel chiedere aiuto. Si cercava di resistere il più possibile. Oggi invece mi è capitato — già anni fa — di sentire un giovane parlare con orgoglio, durante un colloquio di selezione, del fatto che avrebbe percepito l’assistenza. Orgoglio.
Qui qualcosa si è rotto.
Se un giovane vede nell’assistenza un obiettivo, allora abbiamo sbagliato tutti. Non solo lo Stato. Famiglia, scuola, aziende, ... tutti.
Perché l’assistenza, per sua natura, ti ferma. E il mondo oggi non è mai stato così veloce. Se ti fermi troppo a lungo, il rientro diventa durissimo.
E qui arriva il punto che pochi dicono: questi giovani, prima o poi, dovranno rientrare nel mondo del lavoro. E probabilmente succederà prima di quanto pensiamo, perché i fondi non sono infiniti. Quando accadrà, si troveranno davanti a un mercato con l’asticella sempre più alta e senza gli strumenti per saltarla.
E allora il rischio è reale: passare dall’assistenza all’invalidità. Non per incapacità reale, ma perché non si regge un mondo che nel frattempo è andato avanti. È una deriva che possiamo ancora fermare. Ma serve cambiare approccio.
Investire sui giovani non significa solo aiutarli quando cadono. Significa evitare che escano dal percorso. Tenerli dentro. Anche quando fanno fatica. Anche quando non sono “perfetti”.
E qui entra un altro tema scomodo: le aspettative.
Perché oggi chiediamo molto ai giovani. L’apprendistato, per esempio, è diventato sempre più complesso. Richiede competenze pratiche, scolastiche, autonomia, maturità, ... tutto insieme. Un equilibrio non sempre scontato per giovani che hanno scelto un percorso concreto, orientato al fare e all’esperienza diretta.
Se non aiutiamo i giovani a reggere questo livello — accompagnandoli davvero — il rischio è che mollino. E quando mollano, rientrare è molto più difficile.
Quindi la domanda vera non è: “come aiutiamo chi è già fuori?” La domanda è: come evitiamo che ci finiscano?
Perché una cosa è certa: il futuro del lavoro non aspetta nessuno. E i giovani non hanno bisogno di scorciatoie. Hanno bisogno di essere preparati alla realtà e messi nelle condizioni di restare in gioco il tempo necessario per costruirsi una vera possibilità.



