Fischer, Vicky Mantegazza, golf e telefonini: Chris McSorley a tutto tondo

«Lavoravo per il Sierre già prima di andare a Lugano, ma con i bianconeri sono stato onesto»
«La mia più grande paura? Che in futuro trovino il modo di portare i telefoni anche sul ghiaccio».
«Lavoravo per il Sierre già prima di andare a Lugano, ma con i bianconeri sono stato onesto»
«La mia più grande paura? Che in futuro trovino il modo di portare i telefoni anche sul ghiaccio».
SIERRE - Da venticinque anni predica hockey alle nostre latitudini. E anche prima, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, la pista è stata il suo habitat naturale. In tanto tempo, una vita, ovunque sia andato è riuscito a ottenere grandi risultati, a livello sportivo e anche imprenditoriale. Ovunque… tranne che a Lugano, dove in una stagione abbondante ha “galleggiato” senza tuttavia mai toccare l’eccellenza. Chris McSorley è insomma stato una meteora; è stato uno dei tanti al quale il bianconero non è andato a genio.
«Eppure di quell’avventura io conservo ottimi ricordi - ci ha raccontato il General Manager e coach del Sierre - tanto è vero che posso dire, ma credo possano confermarlo anche loro, di essermi lasciato in buonissimi rapporti con Vicky Mantegazza, con Marco Werder, con JJ Aeschliman…».
Con una stretta di mano.
«Esatto. Lugano è una piazza importante, dove ti si chiede solo di vincere. Noi non abbiamo fatto male il primo anno, difficile per via del Covid, nel quale siamo andati ai playoff dove abbiamo eliminato il Ginevra (nei pre-playoff, ndr) e abbiamo cominciato a sviluppare alcuni giocatori, e mi viene per esempio in mente Thürkauf. La seconda stagione invece non è partita bene. Io avrei potuto dare di più, lo riconosco, ma alla fine, semplicemente, non tutto è girato per il verso giusto. Tanto che quando il club ha deciso di chiudere il rapporto io quasi l’ho anticipato. Era evidente che non stavamo rendendo secondo le aspettative, anche se quando l’ho lasciato il Lugano era sicuramente migliore di quanto fosse quando l’ho preso. Mi hanno trattato con grande rispetto ma, alla fine, nello sport conta vincere».
Mesi di Ticino e poco italiano imparato…
«Con quello va male quasi quanto con il francese».
Che, detto da uno che nella Svizzera Romanda è padrone di casa da anni…
«All’inizio la mia idea era un’altra. Avevo allenato i Toledo Storm in ECHL e, in seguito, i Las Vegas Thunder in IHL. Lavoravo con i giocatori destinati alla NHL e pensavo di essere in rampa di lancio per andare pure io in quella Lega. La squadra ebbe però problemi finanziari, andò vicino a chiudere, e così mi feci convincere da Dave Taylor, il General Manager, che faceva parte del Gruppo Anschutz, a venire in Europa. Arrivai ai London Knights, che occupavano uno degli ultimi posti in British Super League e al primo anno vincemmo subito. Dopo il secondo anno la proprietà mi chiese di “provare” anche in altre squadre del gruppo. Mi offrirono Berlino ma Marco Torriani, che era presidente a Ginevra, mi convinse ad accettare invece i granata. E, anche lì, arrivai e fu subito promozione».
Per un progetto ambizioso.
«Insomma... Nel 2005 il Gruppo Anschutz seppe che il progetto per la nuova Arena era stato bocciato, così decise di liquidare il team. A quel punto entrai io, ci misi i miei soldi, e diventai proprietario».
Proprietario, General Manager, coach… giornate con più di 24 ore?
«Non volevo che Ginevra sparisse, così mi sono impegnato. E non era ancora finita: nel 2007 ricevemmo una chiamata dal Losanna: il club era nella seconda serie e aveva difficoltà finanziarie. Acquistammo anche quello e lo salvammo dalla bancarotta. E in sei anni ritrovò la categoria più alta».
Lo stesso che si sta provando a fare ora a Sierre.
«Esattamente. È un progetto che porto avanti da prima di arrivare a Lugano».
Anche per questo alla Cornèr Arena non ha funzionato?
«No, prima di firmare il contratto con i bianconeri sono stato onesto e trasparente: ho subito informato che ero già impegnato a Sierre. Sapevano che avrei continuato a pensare anche a quello».
Per sviluppare appieno il progetto vallesano serviranno anni. E McSorley è vicino alla pensione…
«No, no, sono solo all’inizio, non invecchierò mai: sono sicuro che il meglio debba ancora arrivare. Rispondo come fanno i giocatori più “esperti”: l’età è solo un numero».
Eppure in tanti contano i giorni che li separano dalla fine dell’occupazione.
«La verità è che mi diverto tantissimo con l’hockey. Con la parte sportiva, certo, ma anche e soprattutto nel costruire nuove realtà. Un passo dopo l’altro. Smettessi, cosa potrei fare? Non sono il tipo che passa le giornate a giocare a golf. Ora lo faccio quattro-cinque volte all’anno e sapete cosa succede? Per tutto il tempo, tra una buca e l’altra, penso all’hockey. No, meglio concentrarsi sul Sierre. Gli obiettivi sono chiari… Devo mettere in guardia Vicky e Marco Weder e ovviamente il coach: in un paio d’anni saremo lì a combattere con loro».
Una neopromossa terribile sarebbe complicata per tutti.
«Anche per l’Ambrì, visto che stiamo parlando di Ticino».
FreshfocusL’attualità racconta della sfida tra Davos e Friborgo per il titolo e della preparazione della Nati in vista del Mondiale. Non ci sarà Patrick Fischer.
«Fischi è un patrimonio per l’hockey svizzero. Ha sbagliato? Nessuno è perfetto. Per quel che mi riguarda, si tratta di una situazione sfortunata che probabilmente si sarebbe potuta evitare. Non mi esprimo poi sulle tempistiche della pubblicazione del “caso”».
In Nazionale ora c’è Jan Cadieux, che scegliesti come tuo assistente ai tempi del Ginevra.
«L’ho voluto con noi prima da giocatore e poi, anni dopo, da assistant coach. È intelligente, super serio, parla quattro lingue e ha già dimostrato di saper vincere: in granata ha fatto un gran lavoro. È sicuramente una scelta eccellente come successore di Fischi».
A parte le sue qualità: un cambio tanto “drammatico” a poche settimane dal Mondiale potrebbe lasciare il segno nello spogliatoio?
«Sicuramente è una distrazione della quale la squadra non aveva bisogno. Ma se c’è un allenatore che può riportare tutti subito sul pezzo quello è Jan».
Servirà fare un lavoro importante, ora che spesso i giocatori sembrano più concentrati sui social media che sul loro lavoro.
«Se oggi vuoi parlare alla squadra, tutto quello che devi fare è mandare un messaggio sulla chat di gruppo. E questo anche se già sei nello spogliatoio… Effettivamente il compito più difficile per un allenatore è riuscire a mantenere alta la concentrazione. I ragazzi vivono con i telefoni in mano. La mia più grande paura è che in futuro trovino il modo di portarli anche sul ghiaccio…».








