«Tanto non sono imputabile»: la generazione senza conseguenze

Sara Rossini, direttrice Fill-up
«Non posso essere incarcerato, non posso nemmeno essere processato». Tredici anni. Questa frase è stata scritta davvero da un ragazzo che poi è passato ai fatti, accoltellando la sua insegnante. Un episodio estremo, che per fortuna non rappresenta la normalità. Ma quella frase non è solo follia. È il riflesso di qualcosa che, in forme molto più leggere, sta diventando sempre più normale: l’idea che tanto non succede nulla.
È qui che sta il punto.
Non nei giovani, ma nel contesto che abbiamo costruito attorno a loro. Negli anni abbiamo iniziato a proteggerli da tutto, soprattutto da ciò che li farebbe crescere davvero. Non si boccia più perché potrebbe farli sentire inferiori agli altri, si firma un contratto di tirocinio e poi lo si disdice senza pensarci troppo, non si va al lavoro perché «oggi non me la sento» e spesso è qualcun altro a giustificare.
Senza accorgercene, abbiamo piano piano tolto i paletti. E quando togli i paletti, togli anche il senso delle conseguenze.
I giovani fanno semplicemente quello che è normale nel mondo in cui vivono. Se tutto è reversibile, imparano che tutto è reversibile. Se nulla a un impatto reale, imparano che nulla ha un impatto reale. Non è un problema di generazione. È un problema di coerenza della società, degli adulti.
Perché la realtà, fuori, funziona in modo diverso. Ogni scelta ha un effetto, ogni errore lascia un segno, ogni relazione si basa su una forma di contratto. Non solo quello scritto, ma anche quello implicito fatto di fiducia, responsabilità e rispetto.
Ed è qui che qualcosa non torna.
Per esempio, negli ultimi anni nell’apprendistato si è puntato molto su autonomia e responsabilità, chiedendo ai giovani di prendere in mano il proprio percorso formativo. Ma allo stesso tempo non si è considerato che molti di loro sono cresciuti in contesti dove non è stato favorito lo sviluppo di queste competenze. Il risultato è evidente: giovani sopraffatti che interrompono l’apprendistato, oppure aziende che rinunciano a formare perché devono sobbarcarsi anche le attività che non spettano a loro.
E il peggio è che mentre chiediamo responsabilità, continuiamo a insegnare il contrario.
Oggi è diventato quasi normale consigliare ai ragazzi di firmare un contratto di tirocinio «per sicurezza» e poi, se arriva qualcosa di meglio, disdirlo. Può essere una scuola a tempo pieno, può essere un posto più vicino a casa. Poco cambia. Il messaggio implicito è sempre lo stesso: una firma non ha valore e, soprattutto, non ha conseguenze.
Questo non è una strategia. È una scorciatoia.
Ed è una scorciatoia, soprattutto, per gli adulti. Così il problema si chiude in fretta, il giovane è «sistemato», l’istituzione ha fatto il suo, la famiglia è tranquilla. Tutto sembra a posto.
Compito fatto.
Solo che non è vero. Perché in quel momento stiamo insegnando qualcosa di molto preciso: che l’impegno è relativo, che la parola data si può ritirare, che le conseguenze si possono evitare.
Ed è qui che il collegamento con quella frase iniziale diventa scomodo. Non nel gesto, che resta estremo, ma nel pensiero che lo sostiene. L’idea che tanto non succede nulla, che qualcuno risolverà.
E quel pensiero, giorno dopo giorno, diventa un modo di stare al mondo.
Poi però arrivano i 18, i 20, i 25 anni. E lì le conseguenze iniziano a esistere davvero. E quando arrivano, non arrivano una alla volta. Arrivano tutte insieme. Ed è in quel momento che molti si trovano completamente spiazzati.
La soluzione non è tornare a modelli rigidi, ma smettere di giustificare tutto. Perché oggi il rischio è proprio questo: un lassismo che, invece di aiutare, disorienta. Serve più fermezza, sì. Ma soprattutto serve accompagnare i giovani a collegare ciò che fanno a ciò che succede dopo. Azione e conseguenza. È lì che nasce la consapevolezza.
Se affrontato nel modo giusto, ogni errore può diventare un’opportunità di crescita. Ed è proprio questo passaggio che permette di sviluppare anche il pensiero critico, una competenza che oggi appare sempre più fragile.
Perché senza conseguenze non esiste responsabilità. E senza responsabilità non esiste crescita. Se questo passaggio non lo facciamo noi – adulti, istituzioni, aziende – lo farà la vita.
Solo che la vita non spiega. Presenta il conto.




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