Gas e petrolio: la crisi non è così drammatica

L'analisi: il paragone con gli anni '70 non calza, c'è abbondanza di risorse in tutto il mondo
MILANO - A un mese e mezzo dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, il petrolio resta intorno ai 100 dollari al barile, mentre i futures per il prossimo anno indicano circa 70 dollari, in linea con i livelli pre-crisi. Per i mercati, l’impatto appare meno grave del previsto, anche rispetto agli shock del 1973 e del 1979. Lo scrive Davide Tabarelli nella sua analisi, pubblicata su Il Sole 24 Ore.
La soglia critica resta quella dei tre mesi, in linea con le scorte strategiche di 90 giorni richieste ai Paesi dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. L’11 marzo sono stati rilasciati 400 milioni di barili, circa un terzo delle riserve - e il rilascio più grande da oltre mezzo secolo a oggi - lasciando una copertura stimata di 60 giorni.
A differenza degli anni ’70, osserva Tabarelli, oggi non prevale un’idea di scarsità: le riserve di petrolio e gas sono aumentate e la loro durata stimata è passata da 32 a 55 anni, nonostante il raddoppio dei consumi globali. L’offerta è inoltre più diversificata, con nuove produzioni in diverse aree del mondo e una forte crescita negli Stati Uniti, ora autosufficienti. «Mai come adesso c’è stato tanto petrolio al mondo», afferma.
Anche il gas naturale è più disponibile grazie allo sviluppo del GNL, con un aumento previsto del 20% nei prossimi due anni.
La criticità principale riguarda quindi le infrastrutture alternative a Hormuz. Per realizzarne ci vorrà tempo, conclude l'analista, e nel breve termine non si escludono razionamenti o un calo della domanda. In conclusione, gli effetti appaiono più contenuti rispetto alle crisi degli anni ’70, che hanno avuto effetti di portata talmente ampia da restare ancora oggi un monito.



