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31.03.2020 - 12:070
Aggiornamento : 15:24

La paura di un medico di famiglia: «Noi a rischio, ma andiamo avanti»

Ecco come vive la sua quotidianità, in questo delicato momento, uno dei tanti dottori ticinesi

di Davide Milo
Giornalista
di Redazione
Yohanna Chiri Leimgruber

Tra le categorie più toccate dall'emergenza Covid-19 c'è certamente quella impiegata nel settore sanitario. E sicuramente un medico di famiglia è tra i primi a essere interpellato in casi di sospette positività al virus. Tra questi il dottor Hans Leimgruber, medico di Canobbio che ci ha raccontato sia come la sua categoria sta affrontando questo momento delicato, sia i suoi timori. 
 
«Non nego la mia preoccupazione personale, essendo a così stretto contatto con i pazienti - ha ammesso il medico 67enne -. Ma non c’è dubbio che resteremo al fronte e ci occuperemo della popolazione. Ogni gesto, nella visita del paziente, deve essere compiuto con la massima concentrazione onde evitare che, in caso di paziente positivo, ci possiamo contagiare anche noi».

Qual è stata la sua reazione da quando si è iniziato a parlare di coronavirus?
«All’inizio dell’epidemia in Cina, ho osservato giorno per giorno l’evoluzione delle news e ho iniziato a calcolare il numero possibile di contagi in Europa, con una certa preoccupazione personale. Molti erano ancora scettici circa l’impatto reale di una pandemia in Europa, ma leggendo quotidianamente i dati, la situazione si presentava già allarmante e nefasta».

Qual è stato il suo pensiero?  
«Vivendo in un paese democratico, fortunatamente, ho iniziato a pensare a come, modificando le nostre abitudini, sarebbe stato possibile gestire la situazione». 

Ha pensato al modello cinese? 
«La Cina ha usato “il pugno di ferro”, mentre qui da noi la stessa modalità non sarebbe stata attuabile e nemmeno accettabile». 

Quali invece i timori? 
«A livello sanitario ho iniziato a temere una “strage”. Ancora prima delle comunicazioni ufficiali, abbiamo affisso sulla porta del mio ambulatorio un cartello, con la richiesta di una telefonata preventiva al posto della solita visita in studio». 
 
Come vi siete attrezzati?
«Con il materiale necessario a proteggere i nostri pazienti e il personale. Con le evidenti difficoltà nel reperirlo, tanto che all’inizio abbiamo dovuto arrangiarci. Ora, però, la fornitura è arrivata e siamo in linea con le direttive nazionali».

Avete lavorato come di consueto? 
«No, anzi. Con il mio aiuto medico Patrizia Puddo, che ringrazio infinitamente, abbiamo intrapreso un “iter tecnologico” contattando telefonicamente tutti i nostri pazienti over 60 e tutti i pazienti con malattie croniche, iniziando il triage da remoto. Stiamo sfruttando la tecnologia con una fascia della popolazione non avvezza a questa metodologia, ma che si sta adattando bene». 

Quale aiuto è possibile al telefono? 
«Forniamo a tutti i nostri pazienti le indicazioni per evitare i contagi e spieghiamo loro come devono agire in caso di sintomi sospetti. Ci siamo preoccupati che anche la quotidianità dei nostri pazienti fosse organizzata al meglio, sincerandoci che gli anziani avessero un aiuto per la spesa, che avessero i loro farmaci e che non fossero da soli. Con questo metodo siamo riusciti a limitare in studio solo gli accessi a chi realmente necessita di esami medici specifici per malattie pregresse non legate al coronavirus».

Sta funzionando questo sistema?  
«Grazie all’uso delle videochiamate abbiamo potuto supportare gli ospedali, evitando accessi inutili e contagi».

Nel caso di sospetto coronavirus? 
«I pazienti con il minimo sospetto di contagio, vengono monitorati. Mi reco presso il loro domicilio per eseguire il tampone, evitando al paziente di spostarsi. Ovviamente, laddove necessario, il ricovero è immediato».

È preoccupato per la sua salute? 
«Il nostro lavoro - anche alla luce del crescente numero di vittime tra i medici di famiglia - è causa di molte preoccupazioni, ma andiamo avanti, anche perché mai come ora siamo sollecitati a dare il nostro aiuto. Che è anche psicologico. Molte persone sono entrate in uno stato di panico e ansia, talvolta anche di ipocondria, davvero forte rispetto alla media, ed è nostro compito occuparci anche dell'emotività della popolazione, sincerandoci che tutte le indicazioni vengano rispettate e che siano chiare».

In cosa confida in questo momento?
«Spero che ne usciremo indenni. Spero di poter aiutare quante più persone, supportando così i colleghi che lavorano all’interno degli ospedali. E vorrei ringraziare l'umana solidarietà da parte dei pazienti che collaborano alle nostre richieste senza inutili polemiche, permettendoci di svolgere al meglio il nostro lavoro».

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