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LUGANO

«È una tempesta perfetta»

Il rettore ad interim dell’USI ha commentato i tagli per 5,5 milioni di franchi al contratto di prestazione annunciati dal Governo nell’ambito del finanziamento delle iniziative sui premi di cassa malati.
TiPress
«È una tempesta perfetta»
Il rettore ad interim dell’USI ha commentato i tagli per 5,5 milioni di franchi al contratto di prestazione annunciati dal Governo nell’ambito del finanziamento delle iniziative sui premi di cassa malati.

LUGANO - Da qualche parte i soldi bisognava trovarli e, si sapeva, nessuna soluzione sarebbe stata indolore. Il finanziamento della prima fase di applicazione delle due iniziative sui premi di cassa malati, presentato ieri in conferenza stampa, non soddisfa nessuno: né i promotori delle proposte, che auspicavano un’entrata in vigore completa e immediata delle due leggi, né i settori colpiti dalla riduzione della spesa pubblica, pari a 25 milioni.

Tagli che non hanno risparmiato neppure la formazione universitaria. «È una tempesta perfetta». Il rettore ad interim dell’USI, Gabriele Balbi, per usare le parole del presidente del Consiglio di Stato Claudio Zali, non vede solo il bicchiere mezzo vuoto, ma lo osserva prosciugarsi anno dopo anno.

Alla riduzione del contratto di prestazioni annunciata ieri a Palazzo delle Orsoline si aggiungono anche i tagli federali previsti dal 2027, per un impatto stimato in circa 6,5 milioni.

Per quanto riguarda i tagli del Consiglio di Stato, la misura è stata giustificata con «le cospicue riserve accumulate negli ultimi anni» dall’ateneo. Ma è davvero così? «Naturalmente non si può negare che ci siano delle riserve che sono state accumulate anche con una certa parsimonia e quindi non investendo in attività su cui si sarebbe potuto investire, in vista di un momento storico come questo che chiamerei una “tempesta perfetta”. I tagli decisi ieri erano stati in qualche modo anticipati, ma non nell’entità attuale. E quindi ci colpiscono, naturalmente, per la quantità: si parla di 5,5 milioni, ma in realtà il Cantone ha già tagliato a fine 2025 un altro milione. Quindi io parlerei di circa 6,5 milioni su un budget di circa 130».

Per contenere l’impatto dei tagli decisi a Bellinzona, si suggerisce un aumento delle rette per gli studenti stranieri: è una strada percorribile?
«In questo momento non posso dirlo con certezza. È una domanda legittima, ma c’è un gruppo di lavoro che sta analizzando la situazione proprio in vista di questa “tempesta” che si vedeva all’orizzonte. Entro fine maggio o inizio giugno prenderemo delle decisioni. È chiaro che oggi l’USI ha le tasse più alte di tutta la Svizzera. D’altra parte, è anche vero che le tasse non sono aumentate dal 1996, quindi da quasi trent’anni, mentre altre università svizzere le hanno aumentate».

Come mai?
«Dipende da un modello di finanziamento molto diverso rispetto alle altre università svizzere. Se si guardano i ricavi delle altre università, almeno il 50% proviene dai rispettivi cantoni. Noi, prima dei tagli, eravamo al 29%; ora scendiamo circa al 24%. Siamo quindi a metà del finanziamento pubblico rispetto agli altri. Per questo motivo, fin dall’inizio, si è deciso di mantenere tasse più alte: è una scelta storica legata alla necessità di finanziamento».

Esiste il rischio di perdere attrattività?
«Sì, il rischio c’è. Le università hanno costi fissi importanti, soprattutto legati al personale. Noi tuteleremo le persone che lavorano per noi: non ci saranno licenziamenti. Diverso è il discorso sugli investimenti: è lì che eventualmente si può intervenire. Ma si tratta di progetti pensati per gli studenti e le studentesse, molti dei quali ticinesi. L’USI oggi è la prima scelta per molti studenti ticinesi dopo le scuole superiori, quindi eventuali tagli avrebbero un impatto anche su di loro. Potrebbero inoltre influire sulla nostra capacità di attrarre ricercatori e professori di alto livello, cosa che negli ultimi trent’anni siamo riusciti a fare in modo notevole».

Si parla spesso di fuga dei cervelli e delle difficoltà nel riportare in Ticino gli studenti che scelgono atenei d’oltralpe, ma allo stesso tempo si taglia sulla formazione: lo considera un controsenso?
«È un controsenso assoluto. Se vogliamo trattenere i talenti nella Svizzera italiana, dobbiamo investire nella formazione di alta qualità. Inoltre, per contrastare l’invecchiamento del cantone, è fondamentale attrarre studenti universitari. Uno studio della città di Lugano mostra che quartieri come Viganello, dove ha sede l’USI, si sono ringiovaniti proprio grazie alla presenza degli studenti. C’è anche uno studio, seppur datato, che indica come per ogni franco investito nell’università ne ritornino circa 3,2. Se si disinveste nella formazione, si rischia di compromettere il futuro dell’intero territorio».

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