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VACALLO

«Non è morto per le botte. A Vacallo si stavano rifacendo una vita»

Le precisazioni del legale della famiglia di Borgomanero arrestata in Ticino per la morte del figlio: «L'accusa, per ora, si fonda su un quadro meramente indiziario».
TiPress
«Non è morto per le botte. A Vacallo si stavano rifacendo una vita»
Le precisazioni del legale della famiglia di Borgomanero arrestata in Ticino per la morte del figlio: «L'accusa, per ora, si fonda su un quadro meramente indiziario».

VACALLO - Non sarebbe morto per le botte, ma per cause naturali, il bimbo i cui genitori - una coppia di Borgomanero - sono stati arrestati in Ticino.

La precisazione arriva direttamente dal legale dei due, l'avvocato Marco Morelli. Il difensore nell'ambito della procedura di estradizione in Svizzera, ritiene «doveroso» chiedere una rettifica rispetto a «quanto diffuso in modo indiscriminato sui vari portali, verosimilmente sulla base di comunicati stampa peraltro tardivi, considerata la non attualità della vicenda, risalente al 2024».

Stando all'avvocato, secondo quanto emergerebbe dagli accertamenti medico/legali italiani, la causa della morte del piccolo «non sarebbe collegata ad eventi traumatici, né tantomeno a condotte violente, bensì a una causa naturale, individuata nel soffocamento da rigurgito di materiale alimentare».

Anche il Tribunale di Novara, sottolinea Morelli, «ha escluso l'aggravante della morte quale conseguenza di maltrattamenti, la cui ipotesi accusatoria, allo stato, si fonda su un quadro meramente indiziario, ancora oggetto di accertamento giudiziario».

D'altronde, fa notare, l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dalle Autorità inquirenti italiane «non è definitiva, essendo stato presentato dagli avvocati italiani della coppia, ricorso innanzi alla Suprema Corte di Cassazione in sede cautelare».

Gli indagati, viene aggiunto, vivevano da mesi - per l'esattezza dal luglio 2025 - in Ticino (Vacallo), «nel tentativo di ricostruire la propria vita tragicamente segnata dalla morte del loro figlio» quando, «improvvisamente sono stati raggiunti, con loro sorpresa, da una richiesta di estradizione a distanza di oltre un anno dai fatti, nonostante avessero sempre fornito la massima collaborazione agli inquirenti italiani nel corso delle indagini, che si ribadisce, sono tutt'ora in corso».

Secondo l'avvocato, dunque, la «diffusione di ricostruzioni unilaterali, prive di adeguato riscontro critico, non contribuisce a una corretta informazione, ma rischia di tradursi in una indebita anticipazione di una condanna allo stato neanche proposta e/o formalizzata attraverso un rinvio a giudizio».

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