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25.02.2021 - 21:320
Aggiornamento : 26.02.2021 - 12:18

«Questi ragazzi hanno bisogno di capire come vivere il dolore»

Covid, boom di ricoveri psichici tra i giovani. Le riflessioni di Sara Fumagalli, specialista della Clinica Santa Croce.

«Attualmente – spiega – tra il 20 e il 25% dei nostri posti letto è occupato da under 25. Impennata con la pandemia. Ma i problemi c’erano già prima, nutriti dalla società del tutto e subito».

ORSELINA - Ricoveri giovanili per problemi psichici sempre più frequenti in tempi di pandemia. L’allarme scoppiato di recente oltre Gottardo, dove in alcune cliniche per minori è stato registrato un +50% per quanto riguarda i casi di emergenza, trova echi anche nella Svizzera italiana. Ad esempio presso la Clinica Santa Croce di Orselina, specializzata nella cura della mente. «Attualmente tra il 20 e il 25% dei nostri 82 posti letto sono occupati da under 25», sottolinea la dottoressa Sara Fumagalli, direttrice sanitaria e primaria.

Per chiarezza. Quando non c’era il Covid-19 a quanto ammontava questa percentuale?
«Al 13-14%. E già si era in rapida crescita rispetto a 10 anni prima, quando casi simili si contavano sulle dita della mano. La pandemia ha in un certo senso amplificato e rivelato un problema che già c’era». 

Quale?
«Le famiglie spesso tendono a dare al ragazzo tutto e subito. E a non responsabilizzarlo verso le sofferenze della vita. La società è sempre più individualista, si condivide poco con i ragazzi. La pandemia ha creato ulteriore incertezza in un contesto già fragile. Arriva il Covid e ti toglie le libertà. Di colpo. Per persone che non sono abituate a soffrire è qualcosa di sconvolgente».   

Possiamo fare un identikit di questi pazienti?
«Arrivano qui d’urgenza. Magari mandati dal pronto soccorso. Sono in preda a una confusione esistenziale enorme e spesso desiderano comunicare la loro sofferenza attraverso un gesto autolesivo. Sembrano non avere obiettivi di vita e non avere riferimenti. Si sentono soffocare dal fatto di non avere più spazi di incontro e comprensione».

Come è cambiata la casistica col Covid?
«Rispetto al passato, il giovane ricoverato nell’era Covid ha un livello di sofferenza più manifesto, unito a pensieri di morte più ricorrenti. L’adolescente tipico soffriva più silenziosamente. Ora c’è quasi il bisogno di condividere con altri la stessa voglia di morire. Si vede una possibile soluzione in una morte condivisa. Diversi ragazzi si auto lesionano e questo rappresenta il loro essere nel mondo». 

C’è chi ricorre ai social per ostentare il proprio disagio.
«Lo constatiamo anche noi. Tanti giovani sono arrivati qui dopo avere partecipato a challenge estreme sui social network. Per un certo periodo abbiamo avuto un ricovero ogni due giorni dovuto a questo fattore».     

Come vi approcciate a questi ragazzi?
«La terapia farmacologica non è una priorità. Il nostro è un approccio più psico educativo. Cerchiamo di ripercorrere coi ragazzi le tappe della loro evoluzione che sono mancate. Li aiutiamo a riconoscere le loro emozioni, anche quelle negative, e a non tradurle in gesti brutali. L’accettazione è un passo importante. Perché la vita non è mai fatta solo di cose belle. Questo non significa però che non si debba avere speranza per il futuro. Anzi».

Quanto può durare una degenza in clinica?
«Da un paio di settimane a diversi mesi. Dipende. Alcuni ragazzi durante il ricovero tendono a “sentirsi a casa”, in clinica si sentono in un certo senso protetti. Il nostro compito è quello di stimolarli a un pronto ritorno nella vita quotidiana. Fondamentale è il lavoro di rete col territorio e in particolare con le famiglie. Spesso un genitore reagisce col senso di colpa. Dobbiamo lavorare anche su questo».  

Tornare alla realtà nel 2021, non è come farlo qualche anno fa.
«È vero. Quella attuale è un’epoca di grande incertezza. Ma è proprio sull’importanza di capire che la vita è fatta soprattutto di incertezze che insistiamo con i ragazzi. Imparare a convivere con l’incertezza, e a dare un valore a ogni dono che si riceve, è importantissimo. Abbiamo costruito una società indolore. In cui bisogna essere perfetti. E invece il dolore sarebbe importante viverlo, come occasione di crescita».  

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