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05.02.2018 - 06:010
Aggiornamento : 10:30

Un ticinese fra i Rohingya: «I rifugiati non hanno niente»

Con Helvetas, Andrea Cippà sta progettando ingegnosi bagni in Bangladesh. Graditi quanto il cibo

OLIVONE / DACCA - Dopo l’ultima violenta persecuzione da parte dell’esercito birmano, che da agosto ha costretto oltre 650mila Rohingya a cercare rifugio nel vicino Bangladesh, i profughi vecchi e nuovi di questa minoranza musulmana attendono nei campi l’opportunità di ricostruirsi un giorno una vita.

Martedì, il presidente della Confederazione, Alain Berset, farà loro visita a Kutupalong, dove la Svizzera presta aiuto umanitario. Da quel campo profughi è da poco tornato in Ticino Andrea Cippà, esperto di acqua e servizi igienici attivo in Bangladesh per conto di Helvetas. Per l’organizzazione umanitaria svizzera, il 53enne di Olivone ha coordinato il lancio di un progetto di latrine e cucine alimentate a biogas sviluppato in collaborazione con un’ong locale e finanziato dalla Catena della solidarietà (v. più sotto). Gli abbiamo chiesto come sia stata la sua esperienza laggiù.

Signor Cippà, come è stato accolto dai profughi nei campi?

I rifugiati Rohingya sono abbastanza socievoli, non ti guardano con diffidenza, ma non ti vengono nemmeno incontro per parlare con te. Sicuramente uno dei problemi è la lingua. Loro sanno che noi non la parliamo quindi fare il primo passo non è così facile. Gli operatori del posto, invece, hanno un accesso ai rifugiati molto più diretto e frequente.   

La crisi dei Rohingya appare lontana al pubblico ticinese. La minore empatia delle persone che le stanno intorno incide sulla sua motivazione?

È vero che è una crisi che qua in Ticino è meno sentita rispetto a quella in Siria o in Paesi più vicini. Per me, però, è stata una missione esattamente come le altre. Per quanto riguarda i miei familiari e amici, poi, sono abituati a vedermi tornare a casa fra un’emergenza e l’altra dal 1994: non fa praticamente più notizia che io sia stato in un Paese in difficoltà o in guerra. Anche in questa occasione mi hanno chiesto quello che mi chiedono quando vado in Etiopia o in Medio Oriente: “Com’è andata?”, “Come stanno?”.

Con Helvetas lei ha distribuito kit sanitari e coordinato il lancio di un progetto di servizi igienici. I profughi apprezzano questi aiuti o preferiscono cibo e vestiti?

I rifugiati non hanno niente e qualsiasi tipo di aiuto, sotto qualsiasi forma, è bene accetto. Quando non si ha niente, sia un sacco di riso sia un recipiente in plastica sia la plastica per coprire il tetto di una capanna vanno bene. Loro di certo non verranno mai a dirti “Non voglio questo kit” perché le necessità e i bisogni sono tanti e la risposta umanitaria riesce a coprirne solo una piccola parte.

Quando tornerà in Bangladesh?

Nelle prossime 2-3 settimane la ong locale, l’NGO Forum for Public Health, dovrebbe selezionare sette luoghi per installare queste latrine e cucine, che saranno poi discussi con la popolazione locale, con gli altri partecipanti alla risposta umanitaria e con le autorità. A quel punto tornerò giù per verificare che la coordinazione abbia funzionato e per seguire il processo di appalto dei lavori.  

I progetti di Helvetas - Nel Cox’s Bazar - il distretto bengalese in cui si concentrano quasi tutti i profughi Rohingya provenienti dal Myanmar - Helvetas ha distribuito dei kit igienico-sanitari a 1’000 famiglie in collaborazione con Handicap International. In occasione dell’ultima visita di Andrea Cippà sul campo, poi, ha dato ufficialmente inizio al progetto di costruzione di latrine e cucine alimentate a biogas, finanziato dalla Catena della Solidarietà e condotto in stretta collaborazione con l’organizzazione locale NGO Forum for Public Health.

Il progetto mira a garantire un miglior accesso all’igiene, prevenire le malattie e migliorare l’alimentazione dei profughi grazie alla costruzione di cucine. Le latrine sono collegate a un digestore in cui si libera biogas, che viene poi collegato ai fornelli delle cucine e usato per alimentarli. Il sistema, spiega Helvetas, riduce l’esigenza di usare legna da ardere (e quindi di deforestare l’area) e neutralizza in gran parte i batteri fecali, riducendo i rischi di contagio.

Le organizzazioni presenti nell’area - Nel Cox’s Bazar sono attive in questo momento 35 organizzazioni umanitarie fra agenzie Onu e ong, indica l’Inter Sector Coordination Group (ISCG), che coordina gli interventi.

Helvetas/Andrea Cippà
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Commenti
 
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matteo2006 3 anni fa su tio
Mi piacerebbe sapere quanto hanno a disposizione queste organizzazioni e quanto mettono a disposizione di queste persone bisognose (di risposta sapremo quanto finisce nelle loro tasche).
tip75 3 anni fa su tio
con tutto il rispetto per chiunque si mette a disposizione del prossimo io mi chiedo...aiutate anche le persone in difficoltâ che vivono in ticino o in svizzera? aiutate anche i vostri familiari o il vostro vicino o chi ne ha bisogno? no perché solitamente è più semplice guardare e andare lontano...si evita un po' di imbarazzo
matteo2006 3 anni fa su tio
@tip75 Avranno i loro interessi. ;-)
F.Netri 3 anni fa su tio
@tip75 No! Loro vanno matti solo per gli islamisti di tutto il mondo!

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