67 organizzazioni rifiutano il WEF: «Fortezza del potere autoritario»

L'agenda di Davos «alimenta il collasso ecologico» e promuove un «modello militarizzato che antepone il profitto aziendale alla sicurezza umana»
DAVOS - Un manifesto di rifiuto, più che una semplice presa di posizione: 67 organizzazioni svizzere e internazionali hanno sottoscritto un testo che dipinge Davos come il simbolo di un potere globale opaco, concentrato e autoreferenziale, lontano anni luce dalle vite reali delle persone e dalle urgenze del pianeta. Dietro il lessico del progresso e dell’innovazione, sostengono gli estensori del documento, il Forum economico mondiale sarebbe in realtà una roccaforte dell’élite economica e politica mondiale, impegnata a consolidare i privilegi dell’1% più ricco mentre scarica i costi sociali, ambientali e umani sul resto del mondo, in particolare sul Sud globale.
Il WEF viene descritto come «una fortezza del potere autoritario», uno spazio esclusivo dove governi e grandi corporation progettano un modello di governance globale che restringe gli spazi democratici, accentra ricchezza e silenzia le comunità più colpite dalle crisi economiche, climatiche e sociali. Un modello definito apertamente capitalistico, patriarcale, neocoloniale e bellicista, fondato sull’estrazione incessante di risorse, lavoro e vita. In questo sistema, il lavoro di cura è svalutato, le donne e le persone razzializzate sono sfruttate e le disuguaglianze strutturali si approfondiscono.
Al centro della critica c’è l’ossessione per la crescita economica, ritenuta una delle principali cause del collasso ecologico in corso. Dall’estrattivismo all’agricoltura industriale, dalle grandi infrastrutture alle monoculture, l’agenda promossa dal Forum viene accusata di alimentare perdita di biodiversità, inquinamento, crisi climatica e spostamenti forzati di intere comunità. A dieci anni dall’Accordo di Parigi, il testo denuncia il ruolo delle grandi multinazionali – incluse quelle fossili e militari, sponsor del WEF – nel sabotare una reale transizione ecologica, sostituendola con pratiche di greenwashing, come i crediti di carbonio.
Un altro asse della denuncia riguarda la crescente saldatura tra economia globale, sicurezza e militarizzazione. Secondo il documento, le politiche sostenute dal WEF legittimano sorveglianza, repressione del dissenso e spese militari a protezione degli interessi del capitale, dirottando risorse pubbliche verso industrie belliche e progetti imperiali.
Da qui nasce una piattaforma di rivendicazioni che va oltre la protesta. Gli autori chiedono il riconoscimento delle responsabilità storiche del Nord globale: cancellazione del debito dei Paesi del Sud, riparazioni per colonialismo e schiavitù, fine del land grabbing e degli accordi commerciali iniqui. Invocano una democratizzazione profonda dell’economia e delle istituzioni globali, a partire dall’ONU, con maggiore potere ai movimenti sociali e ai gruppi marginalizzati, tassazione globale della ricchezza e tutela dei difensori dell’ambiente e della terra.
La visione alternativa proposta è quella di un’economia della sostenibilità e della solidarietà: sovranità alimentare, sostegno all’agroecologia, produzione locale, gestione comunitaria dei beni comuni, giustizia climatica basata sui diritti umani e valori femministi. Centrale è anche la solidarietà con migranti e comunità sfollate, rivendicando vie sicure, dignità e libertà di movimento.
La conclusione è netta: non riformare Davos, ma superarlo. Al World Economic Forum viene contrapposto il World Social Forum, indicato come spazio collettivo e democratico per immaginare un altro mondo possibile. Non vogliamo più difendere il vostro mondo, affermano i firmatari. «Vogliamo costruirne uno nostro».



