Immobili
Veicoli

SVIZZERA / ISRAELEIl Covid alle spalle? L’ottimismo di Israele «non è azzardato»

14.03.21 - 18:30
Potremo dire lo stesso anche noi questa estate? Lo abbiamo chiesto al Prof. Alessandro Ceschi
Keystone / EOC
Il Covid alle spalle? L’ottimismo di Israele «non è azzardato»
Potremo dire lo stesso anche noi questa estate? Lo abbiamo chiesto al Prof. Alessandro Ceschi
I dati sull'efficacia dei vaccini «sono molto incoraggianti». E questo apre un ulteriore spiraglio verso il nostro ritorno alla normalità. Ma la prudenza resta fondamentale.

BERNA - Israele e Sputnik. In comune hanno la frequenza con cui vengono tirati in ballo quando, in Svizzera, si discute di campagna vaccinale contro il Covid-19. Soprattutto quando la voce che ne parla lo fa con tono particolarmente critico. Se è vero che le parole sul preparato russo lasciano per ora un po’ il tempo che trovano - dato che, lo ricordiamo, dalla Russia non è per il momento arrivata alcuna domanda ufficiale di omologazione a SwissMedic -, evocare un parallelo con il paese del Vicino Oriente (che ha una popolazione pressoché sovrapponibile a quella elvetica) ha invece, in termini di campione, un certo senso.

La campagna vaccinale israeliana corre. E non solo rispetto a quella rossocrociata. Corre più di qualunque altra. Nel giro di qualche settimana, il 60% della popolazione avrà ricevuto entrambe le dosi del vaccino stando alle previsioni del governo di Gerusalemme, che non ha perso tempo, proclamando di essersi messo alle spalle la pandemia. Un eccesso di ottimismo? Lo abbiamo chiesto al Professor Alessandro Ceschi, primario e direttore medico e scientifico dell’Istituto di scienze farmacologiche dell’EOC e membro della task force nazionale sulla sicurezza dei vaccini. «È un’affermazione certamente ottimista ma non direi azzardata, questo alla luce dei dati molto incoraggianti che hanno visto diminuire, dapprima in Israele e poi in altri paesi con l’avanzare delle campagne vaccinali, i numeri dei pazienti con decorsi severi di malattia e con questo le ospedalizzazioni, nonostante l’interpretazione di questi dati non sia sempre univoca a causa della sovrapposizione di diverse misure concomitanti». 

Destinazione: normalità. Ma senza scordare la prudenza
A essere incoraggiante è quindi, di riflesso, anche la nostra prospettiva nell’ottica dei prossimi mesi, soprattutto ora che il tanto atteso “cambio di passo” sul fronte delle vaccinazioni sembra vicino anche alle nostre latitudini. «Questa importante efficacia, dimostrata sia nel contesto controllato degli studi clinici che in condizioni reali di “vita normale”, ha persino portato un’entità affidabile ed autorevole come il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) americano a pubblicare all’inizio di questa settimana un documento in cui, per la prima volta ormai da un anno, si dice cosa le persone vaccinate possono, a piccoli passi, “ritornare a fare come prima”». Uno spiraglio di normalità, che però - sottolinea Ceschi - non deve portarci a riporre la prudenza nel cassetto.

«Questa cautela è infatti d’obbligo», perché i punti interrogativi che attendono una risposta sono ancora diversi. Dalla durata della protezione conferita dai vaccini, alla capacità degli stessi preparati di frenare la trasmissione del coronavirus - un aspetto che è ancora oggetto di approfondimento, ma sul quale alcuni dati preliminari «indicano un effetto positivo» - fino all’efficacia contro le varianti emergenti di SARS-CoV-2. E anche su quest’ultimo punto, aggiunge Ceschi, «una pubblicazione preliminare di inizio settimana lascia ben sperare in termini di mantenimento di efficacia dei vaccini anche sulle varianti per quanto concerne la risposta immunitaria cellulare».

Il vaccino sui giovani
Resta però un capitolo ancora scoperto in tema di vaccinazione anti-Covid: quello legato ai giovani. Il vaccino di Pfizer (l’unico autorizzato in Israele e il primo a essere omologato in Svizzera) è adatto a persone sopra i 16 anni, quello di Moderna dai 18 anni in su. E proprio pochi giorni fa, Israele ha annunciato i primi test di sicurezza su ragazzi dai 12 ai 16 anni.

È un passo così necessario per uscire del tutto dall’emergenza, considerando che i giovani sono meno soggetti a complicazioni? «Studiare il vaccino sulle fasce più giovani della popolazione può essere rilevante in ottica di una fase avanzata della campagna vaccinale quando il focus della stessa passerà progressivamente da quello di proteggere le persone più vulnerabili da decessi e decorsi gravi di malattia, e con essi il rischio di sovraccarico del sistema sanitario, verso un raggiungimento della quota di vaccinati più alta possibile nella popolazione in generale, mirando eventualmente al raggiungimento della cosiddetta immunità di gregge, al fine di arrestare il più possibile la diffusione del virus nella popolazione».

NOTIZIE PIÙ LETTE