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LUGANO

Quand'è che stiamo realmente bene?

È la domanda alla quale tenta di rispondere la danzatrice ticinese Myriam Galizia nel suo spettacolo "Feeling good?"
Marylin Galizia
Fonte Red
Quand'è che stiamo realmente bene?
È la domanda alla quale tenta di rispondere la danzatrice ticinese Myriam Galizia nel suo spettacolo "Feeling good?"
LUGANO - A volte, diciamo di stare bene anche senza intenderlo. Spinti dalla fretta, dalla paura del giudizio o dall'incapacità di guardarci dentro, sorvoliamo ciò che potrebbe essere un momento di intimità personale e, al contempo, di onestà ne...

LUGANO - A volte, diciamo di stare bene anche senza intenderlo. Spinti dalla fretta, dalla paura del giudizio o dall'incapacità di guardarci dentro, sorvoliamo ciò che potrebbe essere un momento di intimità personale e, al contempo, di onestà nei confronti del nostro interlocutore.

Ed è proprio di questo che tratta lo spettacolo di danza contemporanea “Feeling good?”, in programma al Teatro Foce di Lugano il prossimo 28 marzo (e al Teatro Paravento di Locarno il 4 aprile).

Sessanta minuti in cui lo spettatore - oltre ad apprezzare la performance della danzatrice ticinese Marylin Galizia e delle sue colleghe d’oltralpe Noémie Küng e Andrina Frey - avrà la possibilità di immergersi nel proprio mondo interiore e chiedersi se si sente realmente in pace con sé stesso, o se dice soltanto di esserlo. Insomma, uno spettacolo che accompagna e incoraggia ad ascoltare la propria coscienza. 

Ma quali saranno i temi affrontati? Lo abbiamo chiesto direttamente a Marylin: «Lo spettacolo tratterà di tematiche legate al benessere mentale, come l'effetto dello stress sulla nostra quotidianità», racconta la danzatrice, aggiungendo che, «allo spettatore sarà chiesto di riconoscere i propri limiti e, soprattutto, di trovare una voce in grado di esprimerli».

Ma lo spettacolo tratterà anche di altri aspetti, come «il costante confronto con gli altri e il senso di inadeguatezza che ne deriva, spesso amplificato dall'uso del telefonino (e dai social media), continua Marylin.

Insomma, una performance che si prospetta essere «un'esperienza collettiva», in cui lo spettatore avrà modo di capire che «tutti prima o poi hanno bisogno di aiuto» e che, al contempo, ognuno di noi «può essere una fonte di supporto per gli altri». 



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