L'Iran richiude Hormuz, ma domenica colloqui in Svizzera

La riapertura dei negoziati in Svizzera avviene sullo sfondo di nuove tensioni tra Teheran e Washington.
La riapertura dei negoziati in Svizzera avviene sullo sfondo di nuove tensioni tra Teheran e Washington.
NEW YORK - Il memorandum of understanding fra Iran e Stati Uniti traballa con i nuovi attacchi di Israele in Libano. E puntando il dito contro i raid che violano l'accordo raggiunto, Teheran annuncia la chiusura dello Stretto di Hormuz pochi giorni dopo averlo riaperto.
Una mossa che getta un'ombra sulle trattative che dovrebbero aprirsi domenica sul Bürgenstock (NW) - dopo la cancellazione dell'appuntamento di venerdì - e che rappresentano il primo passo concreto per dirimere lo spinoso dossier sul nucleare, insieme alle altre questioni rimaste in sospeso, entro i 60 giorni stabiliti.
Anche se la scadenza dei due mesi non è improrogabile, il conto alla rovescia è partito e la chiusura di Hormuz mostra come il cammino dei negoziatori non sarà facile. Da Washington non è arrivata alcuna conferma dello stop al passaggio di navi nello Stretto. Il vicepresidente JD Vance ha detto a Fox che non ci sono prove di una chiusura, mentre il Centcom ha riferito che il «traffico navale commerciale è aumentato il 20 giugno» con il transito di «55 navi mercantili». Le forze americane, comunque, restano vigili nell'area.
Nonostante le tensioni su Hormuz, Teheran ha deciso di inviare la sua delegazione in Svizzera per gli attesi colloqui, mentre Benjamin Netanyahu ha ordinato all'Idf il cessate il fuoco in Libano «in coordinamento con gli Stati Uniti», ossia sotto il pressing della Casa Bianca. L'Iran sarà rappresentato dal capo negoziatore Mohammad Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi.
«Chiederemo alla controparte di attuare gli impegni e di chiarire come intendono rispettarli», ha spiegato il dicastero guidato da Araghchi mettendo in evidenza che «l'inizio del negoziato per l'accordo finale è subordinato all'attuazione delle clausole del memorandum d'intesa». A dispetto di quanto dichiarato da Donald Trump, Teheran ritiene che la fase due dei negoziati per l'intesa finale non sia ancora iniziata, proprio a causa delle violazioni del cessate il fuoco. Si potrà parlare di nucleare «quando l'attuazione degli impegni secondo le clausole 1, 4, 5, 10 e 11 comincia e prosegue. Purtroppo non stiamo assistendo a questa situazione», ha osservato il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei.
Per gli Stati Uniti sono già sul Bürgenstock gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner. Anche il premier del Qatar Mohammed Al Thani è già in Svizzera, dove ha iniziato a lavorare con gli americani alla stesura di un piano per consentire all'Iran di accedere a miliardi di dollari, attualmente congelati, per le spese umanitarie. L'obiettivo - riporta il Wall Street Journal - è mettere a disposizione di Teheran un potere di spesa pari a 100 miliardi di dollari in risorse congelate sparse per il mondo, a partire da sei miliardi parcheggiati a Doha. Proprio per questo la delegazione qatarina e quella americana lavorano a un piano che servirà da modello per gli accordi futuri. L'ipotesi allo studio prevede che Doha autorizzi acquisti di cibo, medicinali e altri beni umanitari ordinati dalla banca centrale iraniana con soldi prelevati dai fondi di Teheran congelati.
Atteso in Svizzera anche JD Vance, il volto del memorandum of understanding con l'Iran per l'amministrazione Trump. Il vicepresidente difende da giorni a spada tratta l'intesa dalle accuse dei democratici e dei falchi repubblicani, che l'hanno bocciata in tronco sul fronte della revoca delle sanzioni e del fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione iraniana. La nuova chiusura di Hormuz sembra dare ragione ai critici, convinti che l'unico risultato dell'avventura di Trump in Iran sia stato una Teheran più forte che controlla lo Stretto, divenuta una potente leva che prima dell'incursione americana non aveva.
Vance ha cercato senza molto successo di rassicurare sulla bontà dell'accordo e respingere la pioggia di critiche, anche quelle arrivate da Israele. Con i suoi raid in Libano, l'alleato sta agitando nubi nere sulla tenuta del memorandum e mettendo in risalto i limitati poteri americani nel controllare Benjamin Netanyahu. Un'interpretazione che Trump contesta: Teheran è finita e «ho in mano le carte per la rielezione di Bibi», ripete da giorni ai suoi e sul suo social Truth rivendicando un successo che a molti sfugge, anche ai suoi alleati in Congresso.




