Droni e repressione social: ondata di arresti negli Emirati per chi filma gli attacchi

Oltre 60 persone sono finite in manette per la diffusione online di foto e video online. Il DFAE: «Nessuno svizzero coinvolto»
Oltre 60 persone sono finite in manette per la diffusione online di foto e video online. Il DFAE: «Nessuno svizzero coinvolto»
ABU DHABI / BERNA - Quando la sicurezza nazionale finisce nel mirino dei droni, non è più materiale da condividere. Negli Emirati Arabi Uniti, dove la stabilità del sistema si intreccia all’immagine stessa del Paese, la linea è netta. Così le autorità hanno lanciato una vasta operazione di polizia, culminata nell’arresto di decine di persone accusate di aver filmato e diffuso sui social immagini dei recenti attacchi iraniani nella regione.
Il Dipartimento investigativo criminale di Abu Dhabi ha confermato venerdì scorso il fermo di almeno 45 individui di diverse nazionalità. Nella nota ufficiale della polizia si legge che gli arrestati avrebbero diffuso «informazioni inaccurate e fuorvianti, capaci di incitare l'opinione pubblica e alimentare il panico all'interno della comunità». A questi si aggiungerebbero altri 21 arresti eseguiti a Dubai, portando il bilancio complessivo a quasi settanta persone in pochi giorni. Tra i fermati ci sono anche individui accusati di aver utilizzato l’intelligenza artificiale per creare video falsi di attacchi a monumenti iconici o di aver ripubblicato filmati vecchi spacciandoli per recenti. La maggior parte sarebbero lavoratori stranieri, tra cui cittadini indiani, filippini e pakistani. Ma anche dei turisti.
Aiuto indiretto al nemico - Il quadro normativo è chiaro e rigoroso. La legge sui crimini informatici vieta non solo la diffusione, ma anche il possesso di contenuti digitali che mostrino l’impatto di ordigni o l’operatività dei sistemi di difesa aerea, come lo scudo THAAD. Filmare l’attivazione dei sistemi di difesa è considerato un aiuto indiretto al nemico, perché rivela la posizione delle batterie, mentre la pubblicazione di video con esplosioni o fumo è vista come un tentativo di destabilizzare l’ordine pubblico e danneggiare l’immagine di sicurezza del Paese.
Cosa si rischia - Le pene per queste violazioni sono severe: da un minimo di un anno fino a due o più di reclusione se il reato è considerato una minaccia alla sicurezza nazionale. Le sanzioni pecuniarie vanno da 100.000 a 200.000 AED (circa 25-50 mila franchi). E per i residenti stranieri è quasi sempre prevista l’espulsione immediata dopo aver scontato la pena. Le autorità raccomandano di seguire esclusivamente i canali ufficiali, come l’Emirates News Agency, e di evitare tassativamente di filmare scie nel cielo o luoghi d’impatto: persino invii privati su WhatsApp o Telegram possono essere monitorati e portare all’arresto.
Coinvolti sia residenti sia turisti - La repressione coinvolge sia residenti sia turisti. Tra i casi più noti c’è quello di un turista britannico di 60 anni, fermato durante una vacanza. Radha Stirling, Ceo di Detained in Dubai, ha spiegato alla BBC che la strategia del governo mira a «preservare la percezione di un Paese sicuro per il turismo», neutralizzando sul nascere qualsiasi narrazione che possa intaccare l’immagine di stabilità.
Secondo la stessa organizzazione, impegnata nell’assistenza a persone coinvolte in controversie legali, tre residenti sopravvissuti all’esplosione di un drone che ha devastato il loro condominio a Creek Harbour sono stati incriminati per aver fotografato le macerie della propria casa. Le immagini, inviate privatamente ai familiari per rassicurarli, sono state sufficienti a far scattare il fermo nel contesto del monitoraggio digitale.
In un clima di alta tensione, il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) svizzero segue la vicenda con prudenza. Interpellato, un portavoce ha precisato che al momento non risultano cittadini svizzeri coinvolti nei provvedimenti.





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