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STATI UNITI/IRAN

«L’esplosione dei prezzi potrebbe costringere Trump a fare marcia indietro»

Non solo petrolio, ma anche beni di consumo e costo della vita. La guerra in Medio Oriente potrebbe ripercuotersi a livello globale in maniera importante. E l'occhio della Casa Bianca è rivolto al midterm di novembre.
afp
«L’esplosione dei prezzi potrebbe costringere Trump a fare marcia indietro»
Non solo petrolio, ma anche beni di consumo e costo della vita. La guerra in Medio Oriente potrebbe ripercuotersi a livello globale in maniera importante. E l'occhio della Casa Bianca è rivolto al midterm di novembre.

WASHINGTON - Nel fine settimana, dopo gli attacchi israeliani, sono andati in fiamme alcuni giacimenti petroliferi iraniani. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è apparso sorpreso dalla portata degli eventi e ora, sulla sua piattaforma social Truth, sta cercando di rassicurare i suoi follower - con un post decisamente acceso - secondo il quale un aumento temporaneo dei prezzi della benzina sarebbe «un piccolo prezzo da pagare, per gli Usa e per il mondo, in cambio della sicurezza e della pace e solo gli scemi non lo capiscono».

Lunedì Trump ha poi annunciato che la guerra è «praticamente finita», una dichiarazione che ha contribuito a un leggero calo del prezzo del petrolio e a un balzo delle borse.

Teheran non molla sul petrolio (e non solo) - Nondimeno, non è chiaro se questo basterà nel lungo termine, anche a fronte delle dichiarazioni di Teheran che ha ribadito la sua intenzione di “mettersi di traverso” su ogni tentativo di esportazione del petrolio. I picchi di prezzo, arrivati anche a quota 130 dollari al barile, fanno paura anche negli States, dove pure la CNN ora paventa «la più grande crisi del carburante della storia».

Secondo Alexander Trechsel, professore di Scienze politiche all’Università di Lucerna, Trump si è avventurato su un terreno pericoloso: «I presidenti degli Stati Uniti vengono spesso giudicati dai loro elettori in base ai prezzi dei beni di uso quotidiano, come la benzina. Quando questi salgono, tutti gli americani devono farci i conti».

Se i prezzi del petrolio e quindi della benzina dovessero continuare a crescere, questo potrebbe diventare pericoloso per Trump (e per i repubblicani) in vista delle elezioni di di metà mandato, previste per novembre prossimo.

«Non sembra imminente un rapido cambio di regime» - Finora Trump starebbe cercando di contrastare la situazione nel suo stile abituale, anche attraverso post in maiuscolo sul suo social Truth: «Sta cercando di far passare il messaggio che prezzi della benzina più alti non siano così gravi come la minaccia rappresentata dal regime iraniano».

Il successo di questa strategia dipenderà soprattutto dalla rapidità con cui Trump riuscirà a porre fine alla guerra: «Al momento, tuttavia, non sembra possibile un rapido cambio di regime, come Trump vorrebbe».

La guerra in Iran potrebbe quindi trasformarsi in un peso per le elezioni di metà mandato, mentre le divisioni all’interno del Partito repubblicano potrebbero accentuarsi: «Per ora le critiche interne vengono espresse soprattutto sottovoce. Ma se i repubblicani dovessero temere che la guerra di Trump rappresenti un rischio per il loro stesso successo politico, la situazione potrebbe cambiare molto rapidamente», afferma Trechsel. La mossa di Trump in Iran potrebbe quindi concludersi con una sconfitta.

Il timore di un «collasso economico globale»
La chiusura dello stretto di Hormuz sta, nel frattempo, ledendo non solo il mercato energetico ma anche quello delle merci. Se, da una parte, la Casa Bianca sta tentando di rimediare alle problematiche legate al petrolio (rivolgendosi a un alleato “insolito”, ovvero Vladimir Putin) per quanto riguarda il trasporto via nave le alternative sono ancora più complesse. Sempre stando alla CNN, sarebbero al vaglio diverse opzioni, tra cui la possibilità di far presiedere lo stretto alle forze navali Usa. Uno scenario, questo, estremamente rischioso e probabilmente non risolutivo.

«Se i prezzi esplodono, Trump dovrà trovare una via d’uscita» - Secondo Trechsel, ciò dipende anche dall’imprevedibilità di una guerra: «All’inizio il calcolo strategico di Trump era probabilmente quello di ottenere rapidamente un cambio di regime. Ma in questo conflitto sono coinvolti diversi attori e ci sono anche voci secondo cui Trump sarebbe stato colto di sorpresa, in parte, dall’azione di Israele».

Ora sarà decisivo il modo in cui il presidente statunitense reagirà agli eventi: «Se si accorgerà che il suo elettorato si sta rivoltando contro di lui e contro questa guerra, perché i prezzi esplodono e i soldati americani tornano a casa nei feretri, dovrà trovare una via per ritirarsi dal conflitto. Ha promesso di abbassare i prezzi e di porre fine alle guerre. Ora i suoi elettori stanno ottenendo l’esatto contrario».

Come potrebbe concretamente avvenire un tale ritiro è difficile da prevedere al momento. «Trump cercherà in ogni caso di presentare un eventuale ritiro come un successo. E in parte ha effettivamente ottenuto dei risultati, ad esempio con l’uccisione di Ali Khamenei».

Al momento appare invece improbabile un'escalation con l’impiego di truppe di terra per raggiungere gli obiettivi bellici: «Se davvero i suoi elettori e i membri del partito dovessero prendere le distanze dal conflitto, un ritiro presentato come una vittoria diventerebbe lo scenario più probabile».

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