Accuse di disinformazione nei video esplicativi della Confederazione sugli accordi Svizzera-EU

Secondo un professore dell'Università di Lucerna il Consiglio federale starebbe minimizzando l'impatto sulla Costituzione svizzera: «Necessario il referendum obbligatorio»
Secondo un professore dell'Università di Lucerna il Consiglio federale starebbe minimizzando l'impatto sulla Costituzione svizzera: «Necessario il referendum obbligatorio»
BERNA - Il Consiglio federale informerebbe la popolazione in modo tendenzioso sul pacchetto di accordi con l’UE. Un'acusa pesante che arriva dalle pagine della NZZ che punta il dito contro i «video esplicativi» della Confederazione. In diversi filmati, realizzati dalla Cancelleria federale e diffusi sui social network, vengono presentati i singoli accordi. «I video sembrano rivolgersi a persone con poca o nessuna conoscenza della materia, ma l’informazione risulta molto unilaterale: i vantaggi degli accordi sono descritti nei termini più positivi, mentre gli aspetti problematici vengono quasi completamente omessi».
Il giornale porta anche alcuni esempi, come quello ad esempio sulla nuova procedura di risoluzione delle controversie. Nel video si afferma che in futuro sarà un tribunale arbitrale a decidere sui contenziosi. «Ma - sottolinea la NZZ - non si menziona affatto che la Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) e la sua giurisprudenza svolgeranno un ruolo tutt’altro che marginale». E aggiunge: «Si sostiene che il pacchetto UE porrebbe la cooperazione nella ricerca su «basi solide», nonostante la Svizzera non ottenga alcuna garanzia duratura».
Insomma pacchetto di accordi bilaterali o vero e proprio accordo di integrazione? La domanda se l'è posta anche Paul Richli, professore emerito di diritto pubblico, in uno studio pubblicato giovedì dall’Istituto per la politica economica svizzera dell’Università di Lucerna (IWP). Nella sua analisi, Richli esamina le implicazioni costituzionali e gli effetti su Confederazione e Cantoni del nuovo pacchetto di accordi, la cui denominazione “Bilaterali III” risulterebbe già di per sé fuorviante. Dal suo punto di vista, si tratterebbe piuttosto di un accordo di integrazione.
Sovranità a rischio - Secondo Richli, infatti, nei settori del mercato interno e della libera circolazione non sarebbe più la Svizzera a elaborare e proporre le leggi, bensì l’Unione europea. Ne deriverebbe una significativa riduzione della sovranità di Parlamento e Governo svizzeri. Verrebbe meno anche la procedura di consultazione e i tribunali svizzeri sarebbero vincolati alla giurisprudenza della Corte di giustizia dell’UE (CGUE). «Se il Tribunale federale e il tribunale arbitrale sono vincolati alla prassi della CGUE, non si può più parlare di soluzione bilaterale», scrive. In altri termini, la Svizzera dovrebbe recepire dinamicamente il diritto UE, con un margine decisionale sensibilmente ridotto per le proprie istituzioni politiche e giudiziarie.
Necessario referendum obbligatorio... non facoltativo - Necessario tali implicazioni costituzionali, secondo Richli, giustificherebbero la necessità di una doppia maggioranza di popolo e Cantoni per l’approvazione dell’accordo. Il giurista accusa inoltre il Consiglio federale di minimizzarne la portata.
Nella sua analisi di 120 pagine, come riportato dalla NZZ, Richli affronta anche aspetti finora poco discussi, tra cui la composizione del tribunale arbitrale chiamato a dirimere le controversie tra Svizzera e UE. Sarebbe il comitato misto a proporre una lista di candidati, elaborata da funzionari e diplomatici. Secondo Richli, ciò potrebbe favorire la nomina di profili più vicini agli interessi delle amministrazioni pubbliche che a quelli dell’economia, o più favorevoli a una maggiore integrazione con l’UE. Ne deriverebbe il rischio che la Svizzera si trovi indebolita nella difesa dei propri interessi economici. Va tuttavia ricordato che le principali associazioni economiche sostengono gli accordi, in linea con il Consiglio federale e la maggioranza dei partiti.
Lo studio dell’IWP evidenzia comunque alcune possibili criticità. Ad esempio, non è chiaro quanto le imprese svizzere potranno influenzare le norme UE che dovranno poi essere recepite in Svizzera, sebbene Berna assicuri la possibilità di partecipare alla loro fase di elaborazione (“decision shaping”).
La ricerca: uno strumento per esercitare più pressione - Sul piano della certezza del diritto, le valutazioni divergono: il Consiglio federale ritiene che gli accordi la rafforzerebbero, mentre Richli teme possibili conflitti futuri tra diritto svizzero ed europeo, difficili oggi da prevedere.
Resta infine incerto se i nuovi accordi porteranno maggiore stabilità nei rapporti tra Svizzera e UE. Il Consiglio federale lo auspica, mentre Richli si mostra più scettico, individuando anche un possibile strumento di pressione da parte dell’UE nella cooperazione in materia di ricerca. La Svizzera non ha infatti ottenuto garanzie sulla partecipazione ai futuri programmi Horizon, con il rischio di nuove tensioni analoghe a quelle degli ultimi anni.




