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L'OSPITE
20.11.2020 - 13:000

Meno guerre? Purtroppo no

Stefano Dias – vice presidente Partito Verdi Liberali Ticino

L'iniziativa per il "divieto di finanziare i produttori di materiale bellico" promette meno guerre e la fine della produzione di armi, ma è veramente così? Purtroppo no. Si tratta dell'ennesima propaganda populista non comprovata da fatti, ma il proseguo di una strategia ideologica del Gruppo per una Svizzera senza Esercito (GSsE). L'iniziativa cerca di risolvere un problema condivisibile, ma concretamente non può portare nessun beneficio.

Il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) stima che il valore totale del commercio globale di armi nel 2017 sia stato di almeno 95 miliardi di dollari, allo stesso tempo il GSsE stima gli investimenti della BNS in circa 2 miliardi, anche se la BNS dovesse (giustamente) non investire in questo settore, si aprirebbe la porta ad altri investitori. Potremmo farci un bagno etico, ma senza risolvere il problema. Si proclama che l'obiettivo sono le grandi multinazionali straniere promettendo, senza garanzie, che le PMI Svizzere non subiranno danni. Ma allora mi chiedo, non si poteva modificare il testo per colpire direttamente gli investimenti delle varie Lockheed Martin, Raytheon, Boeing invece che rischiare di mettere in difficoltà la RUAG, la Pilatus o la Glastroesch?

La Glastroesch gruppo che dà lavoro ad oltre 6000 persone con sede a Thunstetten nel Cantone Berna, produce un vetro speciale per aerei da combattimento ma produce vetri anche per molti altri settori e rischia di essere considerata produttore di materiale bellico. L'iniziativa ha parametri troppo rigidi e non permette di distinguere chi produce veri armamenti e chi no o più semplicemente chi fa del male e chi no, facendo di tutta l'erba un fascio. Inoltre il 5% del fatturato può cambiare di anno in anno, mettendo in difficoltà il sistema di controllo per la BNS e gli istituti di previdenza. Una riflessione in merito alle multinazionali, per esempio la Lochkeed Martin non produce solo aerei o armamenti, ma anche sistemi di sorveglianza (radar) e satelliti, gli stessi che ci permettono di controllare il clima sul nostro pianeta e raccogliere i dati essenziali per prevenire i disastri naturali causati dal cambiamento climatico.

Sono pure preoccupato per l'indipendenza della Banca nazionale svizzera che è sancita dalla Costituzione. Una limitazione nelle sue strategie d'investimento che aprirebbe la porta ad ulteriori limitazioni politiche. Inoltre già oggi, gli istituti di previdenza sono restii a investire nel settore degli armamenti. Secondo un sondaggio condotto da swissinfo.ch otto degli undici dei principali istituti, non investono già nei produttori delle cosiddette armi controverse. Ma c'è di più, le casse pensioni utilizzano già i criteri ESG (Environmental, Social, Governance) nei loro processi di investimento e cinque anni fa, alcuni grandi istituti previdenziali hanno creato l'Associazione svizzera per gli investimenti responsabili (ASIR). Il suo scopo è di cercare il dialogo con le aziende che commettono gravi violazioni dei valori ESG. L'ASIR pubblica anche una lista nera delle aziende di armamento che producono armi controverse. Tra queste ci sono società quali Lockheed Martin e Tata Power ed oggi è praticamente prassi comune tra le casse pensioni svizzere escludere i produttori di armi.

I favorevoli accusano i contrari di non impegnarsi in questo campo o addirittura definendoli guerrafondai, ma rendiamoci conto che la Svizzera ha già una Legge federale sul materiale bellico che vieta finanziamenti di armi atomiche, chimiche, biologiche, mine antiuomo e a grappolo e ha firmato nel 2015 il trattato sul commercio di armi. Per me il coinvolgimento internazionale è fondamentale con l'introduzione di regole globali, non possiamo limitarci a fare il "compitino" da buoni Svizzeri per toglierci il peso etico e dormire sonni tranquilli, ma trovare una soluzione condivisa e concreta per diminuire il numero di armi e guerre nel mondo.

 

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