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22.10.2020 - 09:420

Quando il DECS dice che è tutto sotto controllo…

Angelica Lepori, deputata MPS-POP-indipendenti

A scanso d’equivoci, dico subito che concordo con chi sostiene che la scuola debba rimanere aperta il più a lungo possibile: se proprio dovessimo decidere di chiudere qualcosa non dovremmo quindi cominciare dalla scuola (l’Irlanda in questo senso potrebbe essere un esempio).

Purtroppo, temo che potrebbe accadere proprio il contrario perché le decisioni del governo dipendono sempre più dagli interessi del padronato, il quale non avrebbe molti danni immediati dalla chiusura delle scuole, per lo meno per quel che riguarda le scuole superiori e le scuole medie (i cui ragazzi, anche se stanno a casa, non hanno bisogno di essere accuditi dai loro genitori che possono quindi continuare ad andare a lavorare…).

È evidente a tutti (un po’ meno ai vertici del DECS che in primavera rassicuravano che la scuola a distanza funzionava bene) che la scuola è scuola solo se avviene in presenza, con la relazione quindi vera tra docenti e allievi e tra gli stessi allievi.

Questo non significa però che la situazione attuale sia quella ottimale e tanto meno che, come afferma il capo del Dipartimento, “sia tutto sotto controllo”.

Una prima questione riguarda l’esiguo (sempre stando al capo del DECS e al medico cantonale) numero di casi nella scuola, un numero effettivamente basso (stando al numero di positivi) che però non significa nulla: non sappiamo quanti ragazzi siano stati testati e non sappiamo quindi quanti asintomatici ci sono nelle scuole: tutti, sembrerebbe, potenzialmente contagiosi. E se il problema non è tanto la diffusione del virus tra i ragazzi, rimane il fatto che questi stessi ragazzi vivono con altre persone, magari adulti con malattie croniche, o hanno dei nonni e delle nonne dai quali spesso vanno a mangiare a mezzogiorno anche perché nulla si è fatto per potenziare i servizi di mensa, soprattutto nelle scuole medie.

Partendo dal presupposto che il rischio zero non esiste, sarebbe stato utile, e lo sarebbe ancora di più oggi, aumentare e rafforzare le misure di prevenzione. Ricordiamo per esempio che le scuole medie hanno riaperto nelle stesse condizioni nelle quali hanno chiuso a marzo: non esiste distanziamento, gli allievi si muovono costantemente da un’aula all’altra e non devono indossare la mascherina (fino a settimana scorsa non dovevano indossarla nemmeno sui bus scolastici, ma solo su quelli di linea…). Unica misura introdotta è l’obbligo della mascherina per i docenti e il lavaggio “accurato” delle mani. Tutto sommato un po’ poco.

Ma quello che più sorprende è che il capo del Dipartimento ha affermato che le misure di prevenzione verranno valutate in base all’andamento dell’epidemia…Un po’ come se si affermasse che aspettiamo che ragazzi e le ragazze cominciano a drogarsi per sviluppare l’attività di prevenzione contro l’uso e l’abuso di stupefacenti… O, ancora: aspettiamo che ci siano diverse vittime di bullismo per intervenire per prevenire questo fenomeno. Una logica che ci pare, per essere gentili, abbastanza bizzarra!

Non sarebbe forse più utile, come del resto hanno fatto altri cantoni, introdurre l’obbligo della mascherina anche alle scuole medie; si tratta di ragazzi e ragazze che già usano la mascherina dappertutto e che non avrebbero nessun problema a indossarla anche a scuola…e questo non solo avrebbe un impatto sulla diffusione del virus (come sembrano confermare tutti), ma metterebbe i ragazzi in una situazione di maggiore attenzione spingendoli a osservare le regole con maggiore responsabilità (quella che tanto si richiede a tutti quanti) anche in altre situazioni. Sarebbe, oltre che un atto preventivo anche un atto educativo!

Infine, ci preme sottolineare che attualmente ci sono alcune classi in quarantena (sia alle scuole superiori che alle medie) e ci sono anche molti allievi che sono in quarantena senza che lo sia la classe intera. Un fenomeno che verosimilmente toccherà sempre più classi e sempre più allievi e docenti. Questa situazione genera un carico di lavoro non indifferente per gli insegnanti che devono gestire la scuola in presenza e a distanza, occuparsi delle loro classi che sono a scuola e di quelle che sono a distanza e dei singoli allievi nelle varie classi che sono a casa. Certo, a tutti deve essere garantita la formazione: ma questo pesa in maniera importante sul lavoro dei docenti e delle direzioni che sono costantemente chiamati a riorganizzare, a fare e disfare. In molti casi poi, proprio a causa della lungimiranza del Dipartimento, le scuole non sono attrezzate per fare questo: mancano spazi e strutture per fare lezione a distanza mentre si è a scuola (un docente con una classe in quarantena teoricamente deve fare questo), agli allievi, soprattutto quelli delle classi iniziali, non sempre è stata fatta un’adeguata introduzione ai vari sistemi informatici che dovrebbero usare quando sono a casa, a volte addirittura le classi nemmeno sanno per quanti giorni saranno costrette a stare a casa (avendo un figlio che frequenta il Liceo e uno che frequenta la scuola media possono testimoniare di questa situazione nella mia qualità di genitore!)

Insomma, una situazione pesante per docenti, allievi e famiglie. Certo, lo sapevamo (o per lo meno l’avremmo dovuto sapere) che saremmo andati in questa direzione: docenti e direzioni ce la stanno mettendo tutta per far funzionare la scuola, esponendosi anche a un rischio non indifferente di contrarre il virus e forse meriterebbero da parte dei vertici del DECS di un po’ più di riconoscimento che non un semplice “è tutto sotto controllo” che non corrisponde alla percezione quotidiana che hanno tutti coloro che nella scuola ci lavorano.

E poi, senza voler gufare, l’ultima volta che il capo del Dipartimento ha detto che “la situazione era sotto controllo” erano i primi di marzo: sappiamo tutti e tutte com’è andata a finire…

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