Legge italiana sui macchinari: «Per il Ticino è un duro colpo»

Solamente nel 2025 sono stati esportati macchinari e apparecchi meccanici per circa 160 milioni di franchi. L'economia cantonale: «La Svizzera si difenda con fermezza»
Solamente nel 2025 sono stati esportati macchinari e apparecchi meccanici per circa 160 milioni di franchi. L'economia cantonale: «La Svizzera si difenda con fermezza»
LUGANO - Una spada di Damocle sull’industria svizzera delle macchine. Con l’iper ammortamento previsto dalla Legge di bilancio 2026, in vigore in Italia dal 1° gennaio, i produttori elvetici rischiano di vedersi sottrarre un’ampia fetta di mercato. Le misure introducono infatti forti incentivi fiscali per le aziende che investono in beni strumentali destinati a strutture produttive sul territorio italiano, a condizione però che siano fabbricati nell’Unione europea (UE) o nello Spazio economico europeo (SEE). In sostanza, l’impresa può maggiorare fiscalmente il valore del macchinario acquistato, riducendo così l’utile su cui paga le imposte. E l’impatto è tutt’altro che teorico.
Con il nuovo meccanismo, ad esempio, un’azienda italiana che acquista un macchinario da un milione di euro prodotto nell’UE può calcolare l’ammortamento su un valore fiscalmente maggiorato, come se l’investimento fosse costato molto di più. Ciò significa deduzioni più elevate e quindi meno imposte da pagare negli anni successivi. Il vantaggio fiscale può quindi diventare l’elemento decisivo nella scelta del fornitore e i prodotti Swiss made rischiano di fatto di rimanere esclusi.
Dal Ticino 160 milioni di franchi di macchinari - Insomma, «sarebbe un duro colpo anche per le aziende ticinesi», conferma il direttore della Camera di commercio, dell'industria, dell'artigianato e dei servizi del Cantone Ticino (Cc-Ti), Luca Albertoni. «Rischieremmo di perdere competitività sul mercato italiano, con clienti che si orienterebbero verso prodotti di altri Paesi, perché più convenienti. Questo comporterebbe meno ordini, calo della cifra d'affari e ripercussioni sull’attività, compresa l’occupazione». L’export verso la Penisola pesa infatti in modo rilevante sull’economia ticinese: «Dal Ticino verso l'Italia nel 2025 sono stati esportati macchinari e apparecchi meccanici per circa 160 milioni di franchi. Senza tralasciare che l'Italia è il quinto mercato di sbocco per l'industria tecnologica svizzera ed è quindi molto rilevante anche per le aziende ticinesi che esportano direttamente o indirettamente attraverso altre aziende svizzere attive sul mercato italiano». Le imprese, aggiunge, sono già sotto pressione: «Questa misura si inserisce in un contesto internazionale instabile e in una costante erosione dei margini, in particolare a causa della forza del franco».
Prodotti Swiss made affidabili e di qualità - Anche il direttore dell’Associazione Industrie Ticinesi (AITI), Stefano Modenini, parla di un «possibile ostacolo per il commercio» e chiede verifiche a livello istituzionale. «L’autorità federale deve chiarire con l’autorità europea, non solo quella italiana, se quanto intende fare l’Italia costituisca una violazione degli accordi tra Svizzera e UE. Una verifica andrà fatta anche sul piano dei rapporti bilaterali fra i due Paesi. In ogni caso, il Consiglio federale e la Segreteria per l’economia di Stato (SECO) si sono già attivati verso Roma e Bruxelles. Paesi che si definiscono amici devono evitare vertenze spiacevoli e, in fin dei conti, dannose».
Il vantaggio fiscale potrebbe attirare le aziende italiane, ma Modenini invita alla prudenza: «All’atto pratico bisogna vedere se il cliente cambierebbe davvero fornitore. Parliamo di prodotti svizzeri di alta qualità e tecnologia. Anche con l’introduzione dei dazi da parte degli Stati Uniti non si è verificato un fuggi fuggi verso altri fornitori».
Ora, sottolinea, «bisogna trovare una soluzione, possibilmente con Bruxelles, perché il problema che si sta creando con Roma potrebbe riprodursi anche in altri Paesi. Siamo nel pieno di una fase di stabilizzazione dei rapporti con l’UE, sulla quale l’ultima parola spetta al popolo svizzero». E incalza: «Non è immaginabile convivere con ostacoli che penalizzano le relazioni economiche tra Paesi amici. Esistono inoltre le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio: anche su questo piano, se necessario, andrà verificata un’eventuale violazione».
Si confida nella diplomazia elvetica - Albertoni, dal canto suo, confida nella diplomazia elvetica: «Le nostre aziende non devono essere penalizzate. In un contesto di rapporti tesi anche per motivi che esulano dall’economia, il compito della Confederazione non è semplice e il margine di manovra è limitato. Ma la Svizzera è un partner commerciale molto importante per l’Italia e questo va ricordato con decisione».
Sulla stessa linea Modenini: «Viviamo tempi in cui anche autorità nazionali ricorrono ad atti di forza e gesti aggressivi. La Svizzera non deve giocare su questo piano, non ci appartiene. Tuttavia è giusto pretendere fermezza dalle nostre autorità nel difendere la nostra economia e la popolazione».




