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STABIO
15.07.2014 - 07:150
Aggiornamento : 25.11.2014 - 00:01

Storia di Murat, il ragazzo in carrozzella che sfida Lara Gut e Valon Behrami

Il 32enne di Stabio che aiuta i meno fortunati: "Non cambierei un giorno della mia vita"

STABIO - Questa è la storia di un ragazzo che decide di vivere quando deve morire. È la storia di Murat che piange soltanto una volta: non quando scopre la sua malattia, ma quando lascia i compagni per cominciare le cure. Murat Pelit, che oggi è guarito e su una carrozzella sfida Lara Gut e Valon Behrami.

Campione sulla neve -  Sopra al monosci con cui gareggia per la nazionale paralimpica, può sembrare ancora di essere normale. «Ma io non mi sento diverso». Sorride, come chi dice la verità e sa di essere creduto. «Sono una persona come le altre che porta avanti le sue cose». Non lo scoraggiano i gradini delle scale, gli sguardi della gente che indugiano troppi secondi. A volte prova a prendersi in giro. «Allora molti ti chiedono scusa. Qualcuno capisce, qualcuno no. Ma è solo ignoranza, va bene così».

Murat oggi - O forse no. «Siamo abituati a vivere nella perfezione, in tivù non c’è mai un disabile. Ma è una bugia».  Eppure giura di non avere mai provato rabbia: neppure quando arriva alla stazione di Airolo ma poi non riesce a scendere dal treno. «Le difficoltà delle persone come me non sono all’ordine del giorno: questa è la parte brutta della storia». Quell’altra, dura a immaginarsi, è fatta di entusiasmo e gratitudine, alla vita e a quello che gli ha dato: perfino la nomination a miglior sportivo ticinese dell’anno, al fianco di campioni blasonati. «La disabilità ha cambiato la mia vita, è vero. Però l’ha migliorata, l’ha resa piena». Sci, musica, viaggi in Oriente a far del bene: portare scuole, asili e cibo là dove non ci sono. «Vedi, non cambierei un giorno dei miei ultimi dieci anni di malattia».

Il passato - Cominciò nel 2003: cinquanta chilometri di marcia alla scuola per sottoufficiali che doveva congedarlo sergente. Murat aveva appena 21 anni e un male alla schiena che l’età e il fisico non giustificavano. Portiere nella squadra di hockey di Capolago, appassionato di snowboard, un apprendistato come selvicoltore e il bisogno di essere utile al suo prossimo, pompiere a Mendrisio con la voglia di entrare nelle truppe svizzere di salvataggio, si ritrovò dentro e fuori dall’ospedale di Losanna. «Condrosarcoma sacrale maligno – scandisce con accuratezza medica prima di tradurre in modo profano - Un tumore raro all’osso sacro. Io sono pure andato oltre: resto uno dei pochi cui si è dovuto asportare l’osso». Quando nel 2006 entrò in sala operatoria, aveva già alle spalle un paio di operazioni, efficaci e insufficienti. «La terza durò ventiquattr’ore, con uno stop di un giorno fra una metà e l’altra perché non avevo abbastanza sangue. Era novembre, nemmeno ricordo più la data esatta. Sapevo che sarei entrato con le mie gambe e uscito su una carrozzina». Sorride ancora. «Però ne sono uscito vivo».

Il segreto - Il segreto è cancellare strade. «L’ho disegnata mentre la percorrevo, l’ho cancellata dietro di me. Sono così, fin da bambino: avanti, sempre avanti. Non mi fermava niente e nessuno: neanche un braccio rotto». Sciocchezze, a confronto con il tumore.  «Quella è stata la botta dura. Da lì in poi, ti aspetti di tutto». Oppure niente: e così viene meno perfino la paura. «Non l’ho avuta: mai». Nemmeno nel 2008: «Mi diedero il 50% di possibilità di vivere, il 50% di morire sotto i ferri. In quel momento ho pensato solo a me. Non ho pensato a quello che volevano gli altri». Mamma casalinga, papà dipendente della Precicast, due sorelle e un fratello più grandi, gli amici di Stabio e dintorni. «È stato più difficile per loro che per me».

Dio Sì, domande No - Fisioterapia al mattino, allenamento al pomeriggio, sul monosci o in palestra; alla sera gli amici. Oggi la vita di Murat è fatta solo di cose che ama: e non è una forma di risarcimento. Per lui che non si sente quello cui è stata tolta qualche cosa, è quasi una benedizione non avvelenata da rancore e interrogativi. «Non mi sono mai chiesto perché. È una domanda enorme, serve solo a rovinare l’esistenza». E a quel punto non basterebbe neanche dio a recuperare la pace che si porta dentro: che sia quello cristiano o quello musulmano della sua famiglia, giunta in Svizzera dalla Turchia ormai sessant’anni fa.  «Non credo nelle religioni. Credo in dio e basta».

Il futuro - La fede è la stessa di una volta, capo chino verso gli obiettivi. Se un tempo erano l’esercito, l’unico rimpianto che oggi confessa, adesso sono le olimpiadi. I piazzamenti all’Europeo gli stanno guadagnando il mondiale, «ancora 23 punti e ce l’ho fatta». Però mai arrestarsi; farsi bastare quel tanto che, quando lo raggiungi, sembra poco. «Cerco sponsor per andare in Nuova Zelanda ad allenarmi». Un’impresa poi non così peregrina, con le candidature di cui gode. Lui però non ha presunzioni: solo aspirazioni. Niente vittimismo, forme di egoismo che sono la sua conseguenza. Vicepresidente dal 2006 dell’associazione Acti espérance (Aiuto Cooperazione Ticino Indocina) di Balerna, cura progetti nel sud del Vietnam: «Due volte l’anno vado a controllare come vanno. Sono appena tornato, circa un mese fa». Stavolta tutto solo. «Perché no».

Non chiamatemi sfortunato - Quando non è impegnato nel resto del mondo, si occupa pure di musica. Organizza eventi: di recente, allo scopo, con gli amici ha fondato i Cani blù, un modo per mettere l’accento fin nel nome sulla normalità della disabilità. «Bisognerebbe pensare alle persone disabili come a persone normali. E a ciò di cui hanno bisogno. Capisco il Vietnam, dove la priorità è la povertà della gente: ma qui, prima di rendere più bello il locale, bisognerebbe togliere qualche barriera». Non è un rimprovero carico di ostilità, tanto meno lo chiede per se stesso. «Io mi arrangio. Ho una paraplegia incompleta, con qualche aiuto riesco anche a stare in piedi. In casa ho dovuto adattare solo il bagno».  Sono gli accidenti della vita a cambiare la prospettiva delle cose. A sbaragliare i luoghi comuni e farti credere che, alla fine, non sei tu quello sfortunato. «La malattia? A me non ha portato nessun male».  

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