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LUGANOLa Svizzera: un’Europa in miniatura che rifiuta l’Ue

11.01.24 - 10:15
L'ultimo volume di Limes mette sotto la lente il nostro Paese per decifrarne le peculiarità del sistema politico-economico.
AFP
Colloqui bilaterali tra le autorità svizzere e una delegazione europea avvenuti nel gennaio del 2020 durante il World Economic Forum di Davos.
Colloqui bilaterali tra le autorità svizzere e una delegazione europea avvenuti nel gennaio del 2020 durante il World Economic Forum di Davos.
La Svizzera: un’Europa in miniatura che rifiuta l’Ue
L'ultimo volume di Limes mette sotto la lente il nostro Paese per decifrarne le peculiarità del sistema politico-economico.
L'intervento del direttore della rivista geopolitica, Lucio Caracciolo, presente questa sera all’Università della Svizzera italiana a Lugano.

LUGANO - «La Svizzera è il Paese più europeo del continente». L’incipit del primo capitolo dell’ultimo volume della rivista geopolitica Limes, “Svizzera, la potenza nascosta", non farà probabilmente piacere a chi ha vinto alle elezioni federali dello scorso ottobre. Una provocazione? Può darsi. André Holenstein, autore dell’articolo, si spinge però oltre e, a partire da questa constatazione storica, analizza l’interdipendenza elvetica con il suo contesto geopolitico e la nostra ostinata tendenza all’isolamento. 

Ma questo è solo uno dei tanti temi che emergono dai 25 capitoli dedicati alla Svizzera. Neutralità, Nato, identità e miti fondatori, l’ultimo volume della rivista geopolitica mette sotto la lente il nostro Paese cercando di decifrare al microscopio le peculiarità del sistema politico-economico e, di riflesso, i possibili sviluppi futuri. 

Ne abbiamo discusso con Lucio Caracciolo, direttore di Limes che sarà presente questa sera all’Università della Svizzera italiana di Lugano per presentare il volume (la conferenza inizierà alle 18).

Cosa significa: «La Svizzera è un’Europa in miniatura che rifiuta l’Ue»?
«Nella cultura svizzera ci sono radici di alcuni paesi europei non proprio secondari, come la Francia, l’Italia e la Germania. Allo stesso tempo queste radici hanno però una traduzione in termini di identità svizzera, quindi perfettamente separata e divisa dai paesi di origine di queste culture. Basta pensare al rapporto fra ticinesi e italiani o romandi e francesi, ma anche tra svizzeri tedeschi e tedeschi. È significativo il fatto che gli svizzeri tedeschi preferiscano parlare lo Schweizerdeutsch rispetto all’Hochdeutsch. Le radici sono di grandi paesi europei o comunque di grandi culture europee, però la Svizzera è un'altra cosa. Il rifiuto all’Ue è invece un dato assodato».

Come mai la scelta di dedicare un intero volume di Limes alla Svizzera?
«Si tratta del secondo numero di Limes che dedichiamo alla Svizzera. Il primo si chiamava “L'importanza di essere Svizzera” ed è stato pubblicato una decina di anni fa. “La potenza nascosta” perché se si osservano tutte le classifiche in vari settori economici, tecnologici e finanziari, la Svizzera primeggia. Ci sono vari fattori, per non parlare della capacità della Svizzera di intervenire a livello internazionale sia direttamente sia indirettamente, attraverso mediazioni, negoziati segreti e quant'altro. Quindi la Svizzera ha una sua capacità, una sua distinguibilità, che si basa anche sulla discrezione. Non si esibisce, anzi semmai gioca con questa discrezione. La sua cifra in tutti questi settori è una cifra pratica, pragmatica, non ideologica. Gli svizzeri sono inoltre ricercati da tutti, parlano con tutti e hanno vaste ramificazioni. Penso per esempio alla Croce Rossa Internazionale, che di fatto è una specie di ramificazione della potenza svizzera».

Il rifiuto all'Ue non è nuovo ma ritorna ciclicamente, soprattutto nei momenti di crisi. La Svizzera può prescindere dal proprio contesto geopolitico? 
«Voi sapete prescindere brillantemente dal sistema esterno, altrimenti avreste fatto due guerre mondiali. Secondo me quella svizzera è una qualità, un marchio che voi avete coltivato nel tempo. Qualche volta è stato anche un po' mitizzato, ma non da voi. Vi permette di essere, per esempio dal punto di vista della sicurezza, anche se non formalmente, un Paese del blocco occidentale. Lo siete sempre stati dopo la seconda guerra mondiale. Non sareste stati neutrali in caso di guerra tra Nato e Unione Sovietica. Dal punto di vista europeo, malgrado il fatto di avere una moneta vostra molto importante e ricercata, avete dei condizionamenti di cui dovete in qualche modo tenere conto. E per legare i due ragionamenti, quello di sicurezza e quello economico, voi seguite in maniera pedissequa le sanzioni dell'Unione europea contro la Russia. Quindi siete neutrali per modo di dire. Allo stesso tempo però non rinunciate, credo giustamente dal vostro punto di vista, alla neutralità come fattore storico identitario che vi permette di avere la capacità di giocare su più tavoli, capacità che altri paesi non hanno».

La neutralità non è un fine ma è un mezzo e soprattutto non è un concetto universale. Berna adatta la sua politica estera in base al contesto geopolitico. Perché questa flessibilità viene spesso fraintesa?
«Questa neutralità può essere giocata in vari modi. Per esempio come rifugio e magnete per quelli che durante le guerre mondiali sono scappati dalle persecuzioni e dalle violenze. Può essere invece giocata nel modo opposto, cioè di fatto integrare un paese neutrale, che resta formalmente tale, nel sistema occidentale a guida americana, anche dal punto di vista militare e di intelligence».

Il concetto di neutralità è tornato al centro del dibattito politico dopo l’invasione russa all’Ucraina. Assisteremo a un’evoluzione dell'interpretazione da parte del Consiglio Federale della neutralità elvetica?
«È ancora presto per dirlo. La guerra è ancora in corso, quindi è inutile fare grandi previsioni. Certamente l'instabilità non solamente in Europa ma nel Mediterraneo, anche per via delle altre guerre, è destinata a crescere. Questa peculiarità della Svizzera verrà sfidata in una maniera che fino a un paio d'anni fa non si pensava potesse accadere. Se ci fossero, per esempio, grandi migrazioni di popoli o fenomeni di estensione della guerra in Europa, a quel punto il problema si complicherebbe anche per voi».

La pressione dei paesi amici della Svizzera potrebbe spingere Berna a scegliere per un avvicinamento più marcato all’Ue e alla Nato?
«No, non credo. Sono due istituzioni a mio avviso abbastanza poco appetibili in questa fase. Se io fossi svizzero francamente non penso che, avendo un retroterra che permette di essere di fatto parte di un sistema euro-atlantico, mi converrebbe entrare in un sistema sostanzialmente istituzionalmente disfunzionale e che contraddirebbe poi tutto il sistema politico. Cioè, non vedo come la democrazia svizzera possa convivere, per esempio, con il parlamento europeo».

Legata all'Europa che però cerca di rigettare; potenza neutrale ma filoccidentale, come si sciolgono queste apparenti contraddizioni?
«Assolutamente non si sciolgono. Non sono contraddizioni, ma sono modi abbastanza acrobatici di essere Svizzera. Se la Svizzera diventasse un paese membro dell'Unione europea e della Nato, non potrebbe più essere la Svizzera. Potrebbe essere migliore? Forse, ma potrebbe essere anche peggiore. Non spetta a me dirlo, ma certamente non potrebbe essere quello che finora è stata».

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