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20.01.2020 - 08:170
Aggiornamento : 12:37

«Io, perseguitato da Berna, fuggo dal Ticino»

È stato accusato di essere un trafficante d'armi. Poi l'accusa è caduta. È stato in carcere. Ora chiede giustizia. Ma qualcuno oltre Gottardo continua a legargli le mani. È la storia di Arnaldo La Scala, ticinese scambiato per siciliano.

BIASCA - «Io sono stato ricco. Molto ricco. La mia ditta aveva il suo Jet privato. Adesso fatico a pagare gli stipendi a chi lavora con me. Eppure il lavoro c’è. Ma qualcuno continua a mettermi il bastone tra le ruote impedendomi di lavorare: ed è la SECO Segreteria di Stato dell’economia a Berna». 


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Gli elicotteri che appartengono alla società di Arnaldo La Scala

Quella che stiamo per raccontare è una storia che dura da oltre dieci anni. È la storia di Arnaldo La Scala, 54 anni. Un imprenditore nel ramo dell’aeronautica che un decennio fa volava alto. Forse troppo, per qualcuno. La sua Holding e la sua Silvercraft Helicopters Ltd, azienda di elicotteri e componentistica con sede a Biasca, commerciavano col mondo, avevano 30 dipendenti e una linea di credito di 30 milioni di euro. Poi sono iniziati i guai giudiziari e da allora la vita del ticinese è stata un susseguirsi di cose che diventano una tragedia, più che una commedia, degli equivoci. 

Siciliano? No, ticinese - Cose che diventano come i cannocchiali ad uso civile che una ditta facente parte del suo gruppo di società aveva venduto a clienti iraniani e che per l’accusa e per l’opinione pubblica si  trasformano in puntatori laser per fucili. Differenza sostanziale tra un cannocchiale, oggetto di libera vendita ed esportazione, ed un puntatore laser, oggetto sottomesso alla legge sul materiale da guerra ed a licenze di acquisto ed esportazione. Lo stesso La Scala viene descritto come uno spregiudicato trafficante d’armi di origine siciliana. Questo fino a quando il Tribunale penale federale due anni fa, a Bellinzona, ha stabilito che l’amministratore di Silvercraft non ha violato la legge federale sul materiale bellico. Non è neppure siciliano, a voler ben vedere, ma è nato a Messina in quegli otto giorni che sua madre, ginevrina di origine Bleniesi, trascorse sull’isola. La Scala rivendica la sua “ticinesità”: «Mia madre era incinta e decise di andare in vacanza in Sicilia. Io sono nato durante il suo soggiorno siciliano. Ma io sono sono ticinese e ginevrino a tutti gli effetti. La famiglia da parte di madre è in valle di Blenio da molti secoli, uno dei miei antenati era notaio in età ducale nel 1450 e tra i miei antenati ci sono più di 100 anni di deputati e consiglieri nazionali e agli stati. Mio bisnonno, di cui porto il nome, è stato 10 anni sindaco di Bellinzona. Da parte di padre la mia famiglia è di origine Austroungariche ». Un dettaglio, per dire che tutto - secondo lui - è stato travisato.


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La Procura federale lo ha accusato di tentata infrazione alla Legge sul materiale bellico. Accusa che però si è sgonfiata

Accusato di essere un trafficante d’armi - Cose che diventano come il teorema del trafficante d’armi fondato su una commessa del 2009 di 6 giubbini da immersione, per un valore complessivo di 3’002 €uro, e 50 ottiche (cannocchiali) destinate all’Iran, commessa del 2007. «La Procura federale inizialmente mi accusa di aver violato l’embargo delle Nazioni Unite contro l’Iran. Accusa che lasciano cadere quando si accorgono che l’embargo si limitava al materiale nucleare» si sfoga il 54enne. Ma la causa si sgonfierà solo nell’ottobre 2017, quando viene riconosciuto colpevole “solo” di infrazione alla Legge federale sul controllo dei beni utilizzabili a fini civili e militari per la vendita di 3'002 €uro dei 6 giubbini da immersione. Condanna ancora non contestata a causa delle spese legali necessarie. «Il topolino partorito dalla montagna» dice.

Gli ingranaggi della giustizia si sono però messi in moto e su quelle indagini promosse dalla Segreteria di stato per l’economia  (SECO) si fonda e ingrossa anche il filone italiano delle disgrazie dell’imprenditore. Che nel 2010 viene arrestato a Viterbo dalla Guardia di finanza nell’ambito dell’Operazione Sniper mirata a far luce su un presunto traffico di armi verso l’Iran. «Un presunto traffico che si è rilevato completamente privo di fondamenta» commenta La Scala. L’iter processuale è ancora aperto, davanti alla Cassazione, dopo che l'imprenditore ha impugnato la condanna in primo grado a 4 anni: «Mi hanno condannato unicamente per associazione a delinquere, con altre due persone incensurate; ma senza nessuna condanna per i presunti reati, come prevederebbe la legge». La Scala è convinto di aver indispettito i giudici di primo grado: «Durante il processo mi hanno espulso dall’aula per cinque volte. Ad un certo punto mi è saltato il “fusibile” e ho attaccato il perito che si vantava delle sue due lauree mentre annaspava nella lettura dei documenti che esprimevano le sue opinioni personali e non fatti e rilevamenti come domandato dalla legge. Ma la rabbia ti può scattare dentro dopo aver perso tutto. Il lavoro, gli affetti e la salute».

Il tumore alla gola - Già, tra le cose che diventano c’è anche quel tumore alla gola che l’imprenditore fa dipendere dalle dure condizioni di carcerazione: «Cinque mesi d’isolamento. Senza vedere la luce del sole, il mio corpo ha subito una carenza vitaminica e uno stress che è sfociato nella malattia». Un cancro che non viene subito curato, perché il magistrato che lo accusa, il celebre Armando Spataro, si è opposto con il Giudice  per le indagini preliminari alla domanda di assistenza medica. Un’assistenza che poi arriva, solo dopo lo scarceramento, tardiva e  massiccia in Italia, visto che Spataro impone il divieto di espatrio e di riflesso il diritto di essere curato in un ospedale ticinese con la copertura della cassa malati. «A causa delle massicce dosi di radiazione oltre i limiti di radioterapia consentiti in Svizzera mi hanno detto che il mio midollo spinale potrebbe avere subito gravissimi danni. Ho chiesto un parere allo Iosi, ma all’Istituto dei tumori di Bellinzona mi hanno risposto che non si vogliono esprimere per le terapie sbagliate da altri».


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Gli elicotteri bloccati a Chiasso

Quegli elicotteri bloccati a Chiasso - Cose che diventano sono anche due elicotteri civili Agusta Bell 212, due carcasse peraltro, della Marina italiana che dal febbraio 2018 sono bloccati alla dogana di Chiasso.  L’imprenditore ne aveva acquistati cinque ad un’asta per eventuale affitto ad uso cinematografico e per recuperare e rivendere i pezzi revisionabili. Allegato ai velivoli il “certificato di demilitarizzazione” del governo Italiano, dopo la rimozione delle apparecchiature da guerra. Ma la Seco chiede il blocco della merce e senza neanche attendere una perizia o l’opinione di un esperto in materia immediatamente istruisce la dogana di denunciare il La Scala. La Procura federale lo accusa di tentata infrazione alla Legge sul materiale bellico. Anche questa accusa si sgonfia quando lo scorso 16 settembre il Tribunale penale federale di Bellinzona scagiona l’imprenditore. Per il giudice non c’era il minimo indizio che gli elicotteri in questione
fossero materiale da guerra e che La Scala volesse riarmarli o rimetterli in volo. Ma il procuratore Federale ha fatto ricorso e a fine gennaio si avrebbe dovuto avere il processo di Appello ma la data è stata spostata.

L’accanimento della Seco - Dopo dieci anni vissuti tra giudici e aule penali oggi l’imprenditore dice di essere giunto al limite. «In Ticino dal 2003 abbiamo investito più di 25 milioni, soldi delle mie società, non soldi di sussidi e finanziamenti. Abbiamo merce nei magazzini, brevetti, progetti industriali in Svizzera e all’estero il cui valore complessivo è stato stimato oltre i 100 milioni di franchi. Il lavoro ci sarebbe, ma sono costretto a dover licenziare i miei dipendenti. Ne sono rimasti solo sette, perché i funzionari della Seco non mi permettono di vendere i miei materiali. Continuano a mettermi il bastone tra le ruote, non mi concedono permessi, mi bloccano tutte le spedizioni per giorni o settimane anche senza poi ispezionare la merce”.


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Un elicottero custodito in uno dei magazzini

I motivi di quello che l'imprenditore definisce accanimento? È un fiume in piena Arnaldo La Scala nell’esplicare le dinamiche  di cui si sente vittima. «L’obiettivo della Seco penso che sia quello di far fallire la mia società e far cadere tutto nel dimenticatoio: in fondo devono giustificare la loro spesa milionaria per tutte le indagini che hanno fatto su di me. Indagini che sono durate dieci anni, non arrivando alla fine a nulla». Negli ultimi due anni la situazione sembra essere peggiorata. «Siamo arrivati al punto che se spedisco una lettera in Inghilterra, quelli della Seco se la tengono per tre settimane, impedendomi in questo modo di poter svolgere il mio lavoro che in aeronautica, molto più che in altri settori, è legato alle tempistiche.
Faccio di tutto per eseguire il mio lavoro, che è quello di commercializzare materiale aeronautico civile, rispettando tutte le leggi svizzere, mentre altre società Elvetiche che operano nello stesso settore,  possono fare quello che vogliono senza che nessuno ci metta becco”.

Un nome scomodo - Nonostante le difficoltà, gli acciacchi di salute,  i mesi in galera, Arnaldo La Scala non è intenzionato  a mollare. «L’ho detto anche davanti al giudici: io avrò giustizia, perché la legge deve essere uguale per tutti» Ci potrebbe essere anche la via della Corte europea, ma le finanze per continuare mancano. «Ormai non ho più soldi. Abbiamo speso  un milione e 700mila franchi in avvocati.  Faccio fatica a pagare i miei dipendenti. La nostra ditta di Trading Internazionale è ancora senza indirizzo perché nessuno ci vuole come inquilini». La Scala è diventato un rischio reputazionale per qualsiasi istituto di credito. «Se vado in una banca e dico il mio nome, la prima cosa che fanno è una ricerca su Internet. E dopo averla fatta si mettono a ridere e mi dicono che non iniziano nemmeno la pratica per l’apertura di un conto».
 


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Addio, Ticino bello - Quella che può sembrare una persecuzione a  tutti gli effetti, sta spingendo l’imprenditore a valutare l’ipotesi di abbandonare la Svizzera. «Non resta che andarmene via. In altre nazioni avrei le porte aperte». Ed è in questi momenti che nelle orecchie di La Scala risuonano le parole di due presidenti di banca a Lugano. «Mi dissero che avevo due problemi: il primo è la mia reputazione, il secondo è che se avessi i miliardi e fossi un coltivatore colombiano, la banca una soluzione me l’avrebbe trovata. Ma con il rischio reputazionale che ho e senza l’ombra di un quattrino non interesso a nessuna banca. All’estero gli istituti di credito sono disposti e interessati a lavorare con le mie ditte, qui in Svizzera invece mi è impossibile. Non è accanimento forse questo?”

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Ultimo aggiornamento: 2020-03-28 16:58:25 | 91.208.130.87