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SVIZZERA

«Dettaglianti sotto pressione, la politica faccia la sua parte»

La Swiss Retail Federation lancia l'allarme e chiede condizioni quadro più favorevoli per il settore
Depositphotos (ArturVerkhovetskiy)
Fonte ats
«Dettaglianti sotto pressione, la politica faccia la sua parte»
La Swiss Retail Federation lancia l'allarme e chiede condizioni quadro più favorevoli per il settore

BERNA - Il settore del commercio al dettaglio svizzero, pilastro dell'economia con circa 340'000 dipendenti, è sotto pressione a causa dei costi elevati, del turismo degli acquisti e della crescente presenza delle piattaforme online asiatiche. È l'allarme lanciato oggi dall'associazione di categoria Swiss Retail Federation, che ha presento un'analisi dettagliata della situazione insieme al partner scientifico BAK Economics.

L'organizzazione, che rappresenta oltre 2300 aziende con un fatturato aggregato di 26 miliardi di franchi, chiede a gran voce alla politica e alle autorità di creare condizioni quadro più favorevoli alla concorrenza, avvertendo che ulteriori oneri rischierebbero di indebolire un settore già sotto pressione.

L'immagine pubblica del ramo è spesso dominata dai due grandi distributori Migros e Coop, ma la realtà è ben più diversificata, viene fatto notare. Delle circa 34'000 aziende del settore, circa il 90% sono microimprese con meno di dieci dipendenti, spesso a gestione familiare e profondamente radicate nel territorio.

"È un settore estremamente eterogeneo che svolge un ruolo fondamentale per l'approvvigionamento e l'occupazione locale", argomenta Michael Grass, responsabile studi della società di ricerca renana BAK Economics. "Anche escludendo i due grandi operatori, il retail genera un valore aggiunto di 17 miliardi di franchi e occupa 220'000 persone: un peso economico superiore a quello dell'industria alimentare o della ristorazione".

Le sfide sono però tante. Partono dai costi strutturali elevati, con oneri medi che in Svizzera sono di circa il 50% più alti che nei paesi confinanti dell'Ue, trainati da forniture e manodopera più costose. C'è poi lo shopping oltre frontiera, che comporta per gli operatori elvetici perdite stimate in oltre dieci miliardi di franchi all'anno. A questo si aggiunge la crescita esponenziale dei rivenditori cinesi come Temu, considerati una minaccia "forte o molto forte" dal 68% dei dettaglianti intervistati nell'ambito di un sondaggio. In generale le principali preoccupazioni sono ritenute la guerra dei prezzi, la compressione dei margini, la cautela dei consumatori e la carenza di personale specializzato.

Di fronte a questo quadro, Swiss Retail Federation chiede interventi concreti. "Chi vuole rafforzare l'economia interna non può gravare ulteriormente sul commercio al dettaglio o rendere il consumo più caro aumentando l'IVA o gli oneri sociali", afferma la direttrice Dagmar Jenni, citata in un comunicato. Viene anche richiesta parità di condizioni per chi opera sul mercato elvetico e l'eliminazione di regolamentazioni superflue ("swiss finish") che aumentano i costi.

Il vicedirettore Patrick Erny, prossimo alla successione di Jenni, ha portato esempi concreti: "Ci sono numerose possibilità inutilizzate per alleviare gli oneri sul ramo. La politica deve agire, ad esempio con una revisione sistematica delle regole speciali che fanno lievitare i costi e con riforme strutturali per garantire la stabilità delle opere sociali".

Per il 2026 BAK Economics prevede per il comparto - esclusi Migros e Coop - un leggero aumento del fatturato dello 0,5% rispetto all'anno scorso. L'incremento sarà dovuto fra l'altro alla crescita demografica. In generale però gli esperti renani pronosticano un leggero rallentamento della crescita dei consumi: questi ultimi continuano a essere un fattore stabilizzante per l'economia locale, ma stanno perdendo slancio. Pesa fra l'altro anche la vertenza doganale con gli Stati Uniti, che sta creando incertezza tra i consumatori.

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