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14.12.2012 - 12:270
Aggiornamento : 20.11.2014 - 16:49

Apriamo gli occhi

Cleto Ferrari, segretario Unione Contadini Ticinesi

Nei fondovalle del Cantone sopravvive, nonostante una grande indifferenza generale, una coltura che fa da collante tra le apparentemente disordinate aree urbanizzate: la viticoltura. Per noi ticinesi sembra che sia normale che sia così, che il paesaggio sia così.

Il territorio è fortemente urbanizzato. Logica conseguenza ed eredità legata a un’autonomia comunale di ben più di 240 soggetti. Il Ticino era bello e attraente e tanti desideravano costruirci la loro abitazione. A farne le spese di questa sfrenata corsa al mattone dagli anni Ottanta in poi è il paesaggio e i numerosi vigneti finiti in zona edificabile. Oggi la sensazione è che la parte edificata cominci a prendere il sopravvento su quella coltivata e che la regione inizi a perdere in attrattiva, in preda alla banalizzazione del suo territorio. La beffa è che la costruzione di un vigneto, nonostante che si trovi in zona agricola, ora necessita di domanda di costruzione in base alla Legge edilizia, alla stessa stregua di un’abitazione.

 

I vigneti sono stati messi in difficoltà dall’urbanizzazione ma non solo. La grande indifferenza nei confronti di questa coltura si è avuta anche da ambienti insospettabili e molto formati: il settore forestale, quello della natura,... È ancora recente la disputa che lascia increduli, quasi da barzelletta, ma sintomatica, legata a una pretesa di allontanamento del vigneto dal bosco di dieci metri. Un bosco esuberante che sta inghiottendo tutto e una viticoltura effimera che viene ulteriormente penalizzata. Tuttavia non finisce lì, per risolvere i problemi dei danni causati dagli ungulati si è anche ipotizzata la creazione di una pianificazione specifica per cui nelle zone di maggiore presenza di questi selvatici si risolvono i problemi vietando la viticoltura. Un amaro in bocca ha generato la decisione di non includere nel perimetro del parco del Piano di Magadino i bellissimi e unici vigneti sui due versanti; Troppi interessi economici in ballo, assenza degli ambientalisti intenti a proteggere i biotopi sul piano. Nonostante tutto la coltura della vite sopravvive, come sopravvive la cultura del Merlot. La federazione dei viticoltori, la Federviti, ha promosso corsi, formazioni varie e studi. Abbiamo viticoltori hobbisti molto preparati e viticoltori professionisti. Sanno coltivare e produrre con qualità e con rispetto dell’ambiente. I muri si è in grado di costruirli a secco e tra i filari è stata individuata un’elevata biodiversità.

 

Oggi soffriamo di evidenti segnali di abbandono dei vigneti di collina dovuti a cambio generazionale, agli elevati costi di produzione legati all’impossibilità di sostituire il lavoro manuale con la meccanizzazione, alla forte pressione dei selvatici, al pericolo di una viticoltura a basso costo che si insedia in modo disordinato nelle zone pianeggianti in sostituzione della collina, al non riconoscimento nelle apposite Leggi federali, e via dicendo fino all’indifferenza generale.

 

Se sapremo aprire gli occhi e riprenderci da questa indifferenza tipica dell’abitudine, del “normale”, dello scontato, della distrazione, potremo ancora assicurare un paesaggio attraente. Ci sono tantissimi esempi di regioni che hanno fatto del rilancio della viticoltura il loro successo. Da noi si tratta di sostenere l’esistente. Questo obiettivo ora è nell’interesse di tutti gli ambienti, compresi quelli economici.

 

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Ultimo aggiornamento: 2019-10-23 05:40:33 | 91.208.130.85