Roberto Pellegrini
L'OSPITE
23.09.2021 - 09:380

Presa di posizione sul caso TiSin

Roberto Pellegrini, Comitato direttivo UDF Ticino e consigliere comunale di Mendrisio

In questi giorni si sono lette molte dichiarazioni. Poche però hanno considerato la questione in maniera oggettiva e nessuna ha cercato di ponderare anche le necessità dei diretti interessati dal “caso Tisin”: le aziende.

Quanto accaduto va inquadrato e soprattutto va analizzato senza omettere volontariamente fatti come invece hanno fatto diversi media ed esponenti dei sindacati e di vari partiti politici.

Prima di tutto va ricordato a lettere cubitali che la legge sul salario minimo prevede deroghe al salario minimo se è presente un contratto collettivo di lavoro (CCL). Questo fatto oltre a esser noto è stato sottolineato durante la discussione parlamentare dal Movimento per il socialismo che aveva chiesto un emendamento (bocciato dal parlamento) proprio per togliere questa deroga.

Si fatica dunque a capire come diversi parlamentari si dicano sgomenti per quanto accaduto pur avendo votato questa legge che appunto comprende la possibilità di non sottostare al salario minimo se presente un CCL.

Il problema va affrontato alla radice: il salario minimo in certi rami economici e per certe mansioni è impraticabile. Inoltre, dopo la votazione della legge, si era previsto un tempo di adeguamento di 2 anni. Peccato che nei due anni successivi alla votazione sia arrivata la pandemia che ancora oggi affligge le nostre aziende. La politica cantonale si è forse scordata di considerare il “problema Covid” in relazione all’applicazione di un salario minimo?

Non dimentichiamo poi che il fenomeno tocca maggiormente il terziario e solo una minima parte l’industria, e in questo caso uno studio condotto da AITI ha dimostrato che nelle industrie ticinesi il 100% di lavoratori che percepisce un salario inferiore a quello minimo è frontaliere. Di cosa stiamo parlando dunque? Forse la linea politica andrebbe corretta. Anche perché di soluzioni le aziende in alcuni rami ne hanno poche. O sottoscrivono CCL che permettono loro di versare salari inferiori (con compensazioni che però i media si sono scordati di sottolineare) oppure devono trasferirsi all’estero. Questa seconda possibilità pare piacere alla sinistra che sostanzialmente dice “meglio via che avere qua aziende del genere”. Ma alla sinistra domandiamo: si è forse resa conto che queste aziende danno lavoro anche a residenti e ticinesi che verrebbero così licenziati? Si è resa conto che queste aziende oltre a dare lavoro ai ticinesi danno anche lavoro indirettamente a una marea di artigiani e aziende che offrono loro servizi di ogni sorta? È cosciente che queste imprese versano ogni anno centinaia di migliaia di franchi all’AVS, all’assicurazione disoccupazione e imposte alla fonte? Nell’interesse di chi invitiamo le imprese a lasciare il nostro territorio?

In ultimo, ci preme ripetere che la legge permette quanto è stato fatto. Ulteriore prova di quanto diciamo è che anche i “grandi” sindacati UNIA e OCST hanno sottoscritto CCL che prevedono salari sotto la soglia del salario minimo (con la scusa che sono vecchi CCL e l’impegno - per ora solo a parole - di adeguarli). Ma anche questo pochi lo ricordano.

Forse a coloro che si ergono a paladini dei lavoratori comincia a mancare la terra sotto i piedi?

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