Gionata Genazzi
L'OSPITE
01.03.2021 - 11:300

Per un’identità elettronica pubblica e sicura

Gionata Genazzi, informatico e membro di Comitato Centrale del Partito Comunista

Il prossimo 7 marzo saremo chiamati a votare sulla nuova Legge sull’identità elettronica, elaborata per creare un “passaporto digitale” ufficiale che permetta di accertare l’identità di una persona via internet. È certamente da condividere l’adeguamento al progresso tecnologico in questo ambito, mentre non convince per niente il fatto che a implementare l’identità elettronica saranno delle aziende private.

L’identità elettronica garantita dallo Stato è già una realtà in alcuni paesi. Essa si basa sul metodo della crittografia asimmetrica, un sistema di cifratura che consiste nel creare per ogni cittadino una cosiddetta “chiave privata”. La chiave privata deve essere segreta e salvata solamente sul dispositivo personale del rispettivo cittadino. Le implementazioni sono diverse: la chiave privata può essere salvata in una smart card (una carta simile a quelle bancarie), in una carta SIM (telefonica) o in una semplice app per cellulare. Tali implementazioni sono le stesse che dobbiamo attenderci in Svizzera.

Secondo i favorevoli alla nuova legge per lo stato è impossibile realizzare un sistema di questo genere.

In realtà, già oggi in diversi paesi è un ente o un’azienda pubblica a implementare il sistema d'identità elettronica o dell’analoga firma elettronica; è il caso tra gli altri di Germania, Francia e Italia. In Svizzera si potrebbe benissimo integrare il progetto con quello del voto elettronico e con quello della firma digitale. In questo modo andremmo a creare un centro di competenza pubblico, che risulterebbe utilissimo allo Stato anche in molti altri ambiti strategici, visto il futuro sempre più tecnologico che ci attende.

In secondo luogo, un ente o un’azienda pubblica sono assolutamente in grado d'innovare; un’innovazione più veloce da parte dei privati sarebbe dovuta al fatto che essi non dovrebbero sottostare ai controlli cui sottostà un ente pubblico. Ma vogliamo veramente favorire la velocità tecnologica in un ambito così sensibile? Nessuno 10 anni fa intuì i rischi legati al dilagare dei colossi informatici: vendita di dati personali a terzi, marketing pervasivo, addirittura interferenze nell’assetto democratico (si veda il blocco d'importanti personaggi politici). Ora, UE, USA e molti altri paesi cercano di mettere un freno a queste derive, ma incontrano mille difficoltà, dato che regolamentare certe situazioni è complicatissimo una volta che il danno è fatto. Non sarebbe quindi meglio, per dei cambiamenti così importanti del nostro vivere comune, passare prima da un serio dibattito pubblico? 

Infine, assegnare l’implementazione ad aziende private non è per niente garanzia di successo: in Estonia, paese che il Consiglio federale sembra voler prendere ad esempio, sono emerse falle di sicurezza importanti causate dalla negligenza di un’azienda privata. Questa è la prova che la ricerca del profitto conduce a procedure poco sicure e di scarsa qualità.

Come sostenuto dal Partito Comunista e dalle altre forze progressiste, votiamo quindi NO alla Legge sull’identità elettronica.


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