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L'OSPITE
13.05.2019 - 15:300

Armi: un voto in scienza e coscienza

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale PLR

È noto il monito di Benjamin Franklin, secondo il quale chi rinuncia alla libertà a favore della sicurezza non merita né l’una né l’altra. Ma come la mettiamo quando una modesta restrizione della libertà consente di salvaguardare meglio non solo la sicurezza collettiva, bensì pure altri valori come la vita, l’integrità fisica, l’ordine pubblico, la proprietà ecc.? In questi casi anche un convinto liberale non può sottrarsi a un’attenta ponderazione degli interessi in gioco. Non è sempre così facile come potrebbe sembrare. Quando si è trattato di decidere a Berna su un certo numero di misure che inaspriscono lievemente l’attuale regime sulle armi, mi sono trovato confrontato con un analogo dilemma, come per altro tutte le colleghe e i colleghi parlamentari. Da una parte la tradizione elvetica del tiro, lo storico connubio tra libertà locali e armi pronte a difenderle (che destava già l’ammirazione del Segretario fiorentino per gli “Sguizzeri armatissimi e liberissimi”), il fascino del cittadino-soldato garante del nostro assetto repubblicano e democratico e l’attaccamento ad un sano rapporto di fiducia tra stato e cittadini. Dall’altra un contesto nazionale e internazionale profondamente trasformato dai flussi migratori, la minaccia sempre più ossessiva di attacchi terroristici di cui non possiamo dirci al riparo neppure in Svizzera, le ramificazioni preoccupanti del crimine organizzato anche nel nostro territorio e la necessità di rimanere agganciati al sistema di Schengen - già solo per continuare a beneficiare della fenomenale banca dati del SIS che consente la cooperazione e il coordinamento tra le autorità giudiziarie e di polizia dei Paesi associati – e poi ancora i vantaggi evidenti dell’Accordo di Dublino per la gestione delle domande di asilo. Come ufficiale dell’esercito ho esaminato con la lente le varie misure del progetto di legge, mitigato dalla Commissione preparatoria. Per poi optare in loro favore, in scienza e coscienza. Nessuno sarà privato delle sue armi e le nuove regole per i collezionisti, i musei, i commercianti e i tiratori appaiono del tutto ragionevoli, senza troppe complicazioni amministrative. Per i cacciatori non cambierà nulla. Non so quanti drammi potranno essere scongiurati grazie alla nuova legge: fosse anche uno solo, sarebbe uno di meno. So però almeno due cose: la prima è che non vi è stato alcun “diktat” di Bruxelles, tant’è che la Svizzera – quale Stato associato a Schengen – ha partecipato ai lavori di modifica della Direttiva europea, riuscendo ad evitare norme più incisive che avrebbero reso solo un ricordo la nostra inveterata e pacifica consuetudine del tiro. La seconda è che l’esclusione da Schengen, se la revisione fosse bocciata, non è affatto uno scenario incerto. È una conseguenza sicura. Perché per impedirla occorre l’unanimità di tutti gli Stati membri, che è impossibile ottenere visto il recente ricorso della Cechia contro le deroghe concesse alla Svizzera dalla Direttiva europea per i fucili d’assalto, e vista anche la poca solidarietà dimostrataci da Stati ben più influenti in occasione del riconoscimento limitato dell’equivalenza borsistica. E un’esclusione dal sistema di Schengen ci procurerebbe guai seri in tema di sicurezza, al cospetto dei quali le misure contestate dai referendisti rappresentano un ben piccolo sacrificio, che oltretutto non intacca il carattere liberale della nostra legge sulle armi. Se ne ricordino gli indecisi che non hanno ancora votato. Anche perché di tutto abbiamo bisogno, fuorché di un ulteriore contenzioso con l’UE.

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