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14.09.2020 - 06:300

Lotta pacifista ieri e oggi: «Atti violenti possibili, ma senza vittime»

Nelle sale delle Svizzera italiana esce "Edelweiss Revolution": «C'è una specularità con gli scioperi per il clima».

LUGANO - Dopo tre anteprime lunedì al Forum di Bellinzona, martedì al Lux di Massagno e mercoledì all'Otello di Ascona, giovedì 17 settembre esce per la prima volta nelle sale della Svizzera italiana "Edelweiss Revolution" ("La Preuve Scientifique de l'existence de Dieu"), del regista ginevrino Fred Baillif. Tra film e documentario, racconta la storia di un gruppo di sessantottini e sessantottine che, dopo aver lottato, poco più che ventenni, per l'istituzione del servizio civile, tornano, ormai pensionati, a combattere contro l'esportazione di armi. Ne abbiamo parlato con il regista.      

Divieto di esportazione delle armi, servizio civile e, ora, acquisto di nuovi aerei da combattimento: le armi e l’esercito tornano spesso al centro del dibattito politico. Fino a che punto voleva influenzarlo con questo film? 
Effettivamente alla base era questo il progetto. Quando abbiamo iniziato sapevo che ci sarebbero state delle votazioni, che il popolo si sarebbe espresso sul servizio civile e sull’esportazione delle armi e con il lancio del film volevo influenzare la gente. Tuttavia, si trattava soprattutto di rendere omaggio alle persone che, negli Anni ‘70 si sono davvero battute per delle idee, una cosa che ha molto cambiato le nostre vite. Era altresì un modo per ricordare che, se si vuole influenzare il mondo, bisogna scendere in piazza e farsi sentire. Infine, era una maniera per interrogare il pubblico su come ci si possa far sentire oggi per cambiare le cose.   

Come si è imbattuto in questo gruppo di attivisti e nella loro storia?
All’inizio sono stati loro a venire da me per chiedermi di fare un documentario su di loro. Io gli ho proposto di fare un film reinterpretando le vere motivazioni che mossero il gruppo di allora. Per divertirsi un po’ e per chiedersi che cosa sono diventati oggi i militanti degli Anni ‘70. Sono diventati dei borghesi? Sono delle persone che continuano a battersi? Nel film si esplora un po’ questa questione attraverso ogni personaggio e si vede che ognuno è evoluto in un determinato modo. Alain, il personaggio principale, si è orientato un po’ più verso dei valori spirituali. Il suo amico è diventato ancora più radicale che ai tempi. Jean-Luc Bideau, che impersona il ruolo di un militante dell’epoca, si è invece imborghesito. Ognuno ha il suo percorso.         

In Ticino le anteprime del film sono sostenute da PS e Verdi. Non teme che il film arrivi solo a chi è già sensibile al tema della demilitarizzazione?
Questo è il problema del cinema. Sfortunatamente credo che tutti i film che hanno una tematica politica raggiungano solo il pubblico interessato. Si predica a persone che sono già convinte insomma. Quando si trattano delle tematiche sociali, invece, si può raggiungere un pubblico più vasto. Al momento, per esempio, sto lavorando su un progetto che è apolitico ma molto sociale. Parla di ragazze in un foyer.        

Nel 2019, l’anno delle manifestazioni per il clima, animate soprattutto da giovani, lei ha fatto uscire questo film, che parla di un gruppo di sessantottini che si sentono in qualche modo obbligati a riprendere la lotta. Significa che non ripone speranze nelle nuove generazioni? Sono troppo poco radicali?
Io non mi permetto di esaltare la radicalizzazione. Al contrario il mio lavoro è quello di porre la domanda, per me filosofica, di quale sia il limite tra militanza e radicalizzazione. Lo si vede in molti contesti. Per esempio tra i militanti antispecisti si tratta di una questione molto presente: stabilire il confine tra militanza e terrorismo. Spero di essere riuscito a rispondere a questa domanda nel film. Vi si dice infatti molto chiaramente che è possibile perpetrare un atto violento a condizione che non ci siano vittime, che la violenza può permettere di farsi sentire.   

Molti giovani vengono a vedere il suo film?
Sì. C’è una specularità con la lotta per il clima e molti giovani che hanno visto il film si sono davvero ritrovati in quel combattimento. C’è un’eredità ed è bello mostrare che esiste. Benché oggi la gente esprima il proprio malumore o le proprie idee sui social, è rassicurante vedere che c’è comunque chi scende in piazza.      

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