Pugno duro di Teheran, retata contro i sostenitori di Pahlavi

Nelle ultime 72 ore, la polizia iraniana ha arrestato con l'accusa di spionaggio 54 sostenitori di Reza Pahlavi, il figlio dell'ultimo scià che dall'esilio in Usa.
TEHERAN - Il regime degli ayatollah continua a mostrare il pugno duro contro ogni forma di dissenso, nel timore che possa incendiare nuovamente le protesta di piazza.
Nelle ultime 72 ore, la polizia iraniana ha arrestato con l'accusa di spionaggio 54 sostenitori di Reza Pahlavi, il figlio dell'ultimo scià che dall'esilio in Usa continua offrirsi come guida per la transizione nel Paese. Secondo l'agenzia di stampa statale Fars, "stavano presumibilmente pianificando rivolte nel Paese".
"Erano i leader e i principali istigatori delle rivolte di gennaio, responsabili degli attacchi contro le proprietà pubbliche e di creare il caos nel Paese", ha dichiarato la polizia. Altri 11 individui appartenenti a quella che viene definita la "fazione monarchica" sarebbero stati "neutralizzati" durante le operazioni, espressione che nei comunicati del regime spesso indica l'uccisione o la messa fuori combattimento di sospetti oppositori.
Altre due persone sono state fermate con l'accusa di spionaggio per aver tentato di inviare al Mossad la posizione geografica di luoghi strategici, destinati a diventare bersaglio di Israele e Stati Uniti. Avrebbero anche scattato foto di aree vietate colpite durante la guerra in corso girandole ai media anti-iraniani, secondo le autorità.
L'operazione è stata presentata dal governo come un intervento necessario per garantire la sicurezza nazionale e prevenire attività considerate sovversive. La polizia sostiene che i fermati facevano parte di una rete organizzata che diffondeva propaganda monarchica e cercava di destabilizzare il Paese. In particolare, gli investigatori affermano che il gruppo sarebbe stato in contatto con organizzazioni all'estero e con esponenti dell'opposizione iraniana in esilio. Tra questi, i sostenitori di Reza Pahlavi.
La repressione dei movimenti monarchici non è una novità nella Repubblica islamica, ma negli ultimi anni il fenomeno ha attirato maggiore attenzione, soprattutto per il crescente interesse tra i giovani e tra gli iraniani che criticano l'attuale sistema politico. Alcuni gruppi sui social media e parte della diaspora iraniana promuovono apertamente il ritorno a una forma di monarchia costituzionale, vedendo nella figura di Reza Pahlavi un possibile simbolo di unità nazionale.
La questione della monarchia però divide l'opposizione iraniana. Se alcuni la vedono come una possibile alternativa alla Repubblica teocratica, altri ritengono che il futuro dell'Iran debba passare attraverso un sistema completamente nuovo, di tipo repubblicano e democratico.
Intanto il figlio in esilio dell'ultimo Scià ha ribadito di essere pronto a guidare il Paese "non appena la Repubblica Islamica cadrà" e che è al lavoro per selezionare persone residenti sia in Iran sia all'estero che faranno parte di un "sistema di transizione" sotto la sua guida.
Per il regime iraniano il ricordo della monarchia non è soltanto un capitolo del passato, ma anche un simbolo che potrebbe alimentare l'opposizione interna e la mobilitazione della diaspora. Per questo i pasdaran hanno avvertito che qualsiasi nuova protesta contro il governo incontrerà una risposta "più devastante" rispetto a quella di gennaio, quando diverse migliaia di persone furono uccise.
Ma il regime deve fare i conti anche con le vittime e i danni della guerra. Secondo la portavoce governativa iraniana Fatemeh Mohajerani, 42.914 unità civili sono state danneggiate, tra cui circa 120 scuole, con 206 tra insegnanti e studenti rimasti uccisi, mentre 223 donne hanno perso la vita e altre 2.129 sono rimaste ferite.
Colpiti - sempre secondo il bilancio del regime - anche almeno 56 musei e monumenti o siti storici di diverse province iraniane, da Teheran (danneggiati il palazzo storico di Golestan e la Piazza Naghsh) a Jahan, da Isfahan a Siraf.



