Reuters
Unione Europea
29.09.2021 - 06:000

Operai sfruttati e sottopagati, ecco come mai paghiamo così poco la carne

Dal Sud del mondo in Europa per lavorare la carne, e mantenerne basso il prezzo. La denuncia in una nuova inchiesta

BRUXELLES - Arrivano dall'est, dall'Africa. Sono cittadini europei. E lavorano negli impianti di macellazione. Ma assunti da agenzie, con contratti di subfornitura o sotto false collaborazioni, sono pagati anche la metà di chi viene impiegato direttamente dall'industria e si trovano in situazioni lavorative precarie. Così la filiera non si ferma mai e il prezzo della carne resta basso.

In Europa ci sono circa un milione di dipendenti al soldo dell'industria della carne, un mercato con un fatturato annuo di 240 miliardi di franchi. Stando a un inchiesta del Guardian, uno spazio d'azione ed economico così vasto ha permesso a questa industria di esternalizzare alcune fasi del suo processo produttivo e di supporto che coinvolgono un numero variabile di lavoratori, molti dei quali sono migranti, pagati fino al 50% in meno del personale assunto direttamente dagli stabilimenti.

Vivono in condizioni lavorative al limite, con giorni di malattia non pagati, ore di lavoro indefinite o contratti a zero ore. Questo permette all'industria della carne di avere un ritmo serrato non stop per rispondere alla domanda di carne e garantire prezzi bassi.

Secondo il segretario generale della Federazione europea di alimentazione, agricoltura e turismo, Enrico Somaglia, «tutto il sistema è marcio in Europa. E si basa sulla carne a basso costo e sullo sfruttamento dei lavoratori». Ciò che succede negli stabilimenti è che «ci sono persone che lavorano gomito a gomito, ma sotto diverse condizioni».

Spesso i dipendenti si ritrovano in nazioni in cui non sono in grado di comunicare, perché non conoscono la lingua. Questo perché vengono offerte posizioni lavorative in modo tale da far arrivare persone dall'est. Agenzie in Romania assumono delle persone dall'Asia del sud, soprattutto Nepal e Srilanka, e le mandano ad esempio in Inghilterra con un visto lavorativo. Ma quando vengono licenziate diventano immigrati illegali.

E con il fatto che proprio nel Regno Unito si sta andando incontro a una penuria che mette in ginocchio l'industria della carne in vista di Natale perché chi lavorava lì prima del Covid è tornato a casa e nessun autoctono vuole lavorare nei mattatoi, è molto probabile che queste transizioni di lavoratori tramite agenzie aumenteranno. Nei Paesi Bassi, che sono i principali importatori di carne con un fatturato annuo di 8 miliardi di franchi, è stato riscontrato che il 90% dei dipendenti negli impianti di macellazione sono immigrati.

Le Nazioni Unite hanno lanciato un appello per un bando europeo sui lavoratori precari negli impianti di macellazione. In quanto, come spiegato da Serife Erol, ricercatrice universitaria in Germania, «se le aziende di lavorazione della carne non possono ottenere i margini attraverso la vendita dei prodotti, possono farlo attraverso le paghe dei loro lavoratori».

Karsten Maier, segretario generale dell'European livestock and meat trading union, che rappresenta di 20'000 compagnie in Europa, e anche in Giappone, Russia e Ucraina, ha affermato che le condizioni dei dipendenti non fanno parte del suo lavoro, ma sono responsabilità delle compagnie. In ogni caso «nessun abuso è tollerato».

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