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LUGANO
17.08.2017 - 16:470

«Gli imputati sapevano che venivano violate le norme di sicurezza»

Il procuratore generale ha chiesto la condanna per omicidio colposo del minatore macchinista, del caposciolta e del responsabile della sicurezza

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LUGANO - «Tutti e tre conoscevano la situazione di pericolo nel cantiere», ha detto John Noseda nella sua requisitoria nel processo per la morte dell'italiano 54enne Pietro Mirabelli il 22 settembre 2010 nel cantiere Alptransit a Sigirino. «Le norme di sicurezza venivano violate per mille ragioni, vuoi perché le sciolte si facevano concorrenza per fare più veloce, vuoi perché gli operai non avevano voglia, vuoi per ben apparire davanti ai superiori», ha continuato il procuratore generale nel chiedere la condanna dei tre imputati.

Il Ministero pubblico ha chiesto che siano condannati a una pena in aliquote giornaliere, lasciando il compito di commisurarla alla Corte delle Assise correzionali di Lugano, presieduta dal giudice Mauro Ermani. Noseda ha ricordato come serva a poco dire che il mancato rispetto nei cantieri delle prescrizioni di sicurezza sia noto: «Il fatto che così fan tutti, nel diritto penale non funziona».

La colpa del minatore macchinista è stata quella, secondo Noseda, di aver azionato in modo sbagliato la perforatrice, per la quale oltretutto era poco formato, e di aver poi distratto l’attenzione. «Quella di un operaio davanti a una perforatrice, è una situazione identica a quella di un pedone sulle strisce pedonali, non si può distrarre l’attenzione nemmeno per un secondo. Il jumbista (il termine con cui si definiscono le perforatrici Jumbo, ndr) ha distratto l’attenzione».

Gli altri due imputati, il caposciolta e il responsabile della sicurezza, avrebbero invece dovuto fermare il malandazzo che vigeva nel cantiere. Un sistema di sottovalutazione delle precauzioni che, secondo il pg, era generalizzato e noto a tutti, soprattutto a loro. La perforazione è stata fatta prima che la calotta fosse sufficientemente sicura: «Il caposciolta avrebbe dovuto dire "fermi tutti". Tutti a casa loro finché non sarà tutto messo in sicurezza».

Noseda si è soffermato sulle responsabilità dell’ingegnere addetto alla sicurezza, il quale durante il processo ha più volte ripetuto come non fosse compito suo scegliere i minatori da attribuire ai vari compiti e come fosse all’oscuro che si seguissero procedure sistematicamente rischiose. «Il responsabile della sicurezza non sarà stato assunto solo per andare in giro a controllare la qualità dell’aria», ha tuonato il procuratore. «Qual è la competenza del responsabile della sicurezza se non controllare che i lavoratori conoscano e rispettino le norme della sicurezza?».

A Noseda ha fatto eco la patrocinatrice dei parenti della vittima, l’avvocata Sandra Xavier, che ha sottolineato i sentimenti del 54enne calabrese quando venne in Ticino: «Pensava di venire a lavorare in uno dei cantieri più sicuri del mondo». 

Il procedimento, con le arringhe dei difensori, continuerà domani dalle 9, la sentenza sarà notificata per iscritto nelle prossime settimane, comunque prima del 20 settembre quando il reato cadrebbe in prescrizione.

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