«Lugano? È un luogo a me caro. E servirà per "prendere le misure"»

Il 24 gennaio prende il via dal Padiglione Conza il primo tour europeo di Lucio Corsi
Il 24 gennaio prende il via dal Padiglione Conza il primo tour europeo di Lucio Corsi
LUGANO - Sabato 24 gennaio, dal Padiglione Conza di Lugano, prenderà il via l'European Tour di Lucio Corsi. Dopo un 2025 memorabile, il cantautore toscano si lancia nel suo primo tour europeo – e per prendere le misure ha scelto una città che conosce bene e ama molto.
Ti appresti ad affrontare il tuo primo tour europeo: quali sono le sensazioni che si stanno facendo largo in te?
«Sono molto curioso e ho un sacco di voglia di partire. Lo farei domani. Poi, con questa cosa che è la prima volta fuori dall'Italia per me e per tutti i ragazzi con cui suono da una vita... Non vediamo l'ora di lanciarci in questa avventura insieme. E poi il fatto che lo faremo con un tour bus mette del pepe in più. È un tipo di tournée che in Italia non si fa, ma ci affascina».
Hai deciso di partire da Lugano. L’ultima volta che ti sei esibito qui è stata nel dicembre 2023, ma prima ti eri esibito nel 2015 e nel 2017, durante il Buskers Festival.
«Conservo da anni dei ricordi molto belli di Lugano. Sono sempre stato benissimo e il Buskers Festival è un evento meraviglioso, nel quale ho avuto delle belle esperienze musicali. In una di queste edizioni (il 2015, ndr) suonai prima di Flavio Giurato, un cantautore che stimo molto. C'erano anche i ragazzi che suonano con me in questo tour europeo. Siamo legati a Lugano anche per la musica: per Ivan (Graziani, autore di "Lugano addio") e per "Angeli" di Lucio Dalla, che la racconta in una maniera molto bella, secondo me».
Anche tu hai immortalato Lugano in una canzone, “Amico vola via”: mi puoi raccontare com'è nata?
«Era forse in occasione del primo Buskers. Era notte e stavo parlando con dei ragazzi e mi colpì il fatto che le foglie secche venissero spazzate via dalle strade, d'autunno. Questa cosa finì nella canzone. Sì, Lugano è un luogo a me caro».
Lugano arriva molto prima degli altri concerti: è una sorta di "data zero"?
«Sì, ci servirà per prendere le misure, per trovare la giusta quadra con tutta la squadra, non solo la band, ma anche i tecnici. Avremo una formazione leggermente ristretta sul palco, saremo in sei, con un membro in meno. Stiamo un po' rimescolando le carte in scaletta, anche per non fare sempre la stessa cosa. Ma siamo rodati, nel 2025 abbiamo suonato tanto».
Ti nomino altre due città svizzere: Zurigo, che segnerà il via di due settimane nelle quali passerai da un capo all’altro dell’Europa, e Basilea, che ti riporta all’Eurovision Song Contest.
«Zurigo è la seconda tappa, ma da lì si parte davvero con il tour bus. Quel giorno inizierà davvero l'avventura. Basilea? È stata un'esperienza fuori dall'ordinario, quel tipo di contesto e di show. Ma anche per questo è stata interessante. Poi ero circondato da persone che stimo, dai miei amici e dai ragazzi con cui mi invento le cose: Tommaso Ottomano che è regista oltre che musicista; Francis Delacroix, fotografo che appare in alcune canzoni. Essere con loro ha fatto sì che quei giorni a Basilea li vivessi un po' come se fossi a casa. È il modo giusto per entrare in certe situazioni».
Tommaso e Francis li abbiamo visti anche nel film concerto “La Chitarra nella roccia”. Hai dichiarato che esibirti all’interno dell’Abbazia di San Galgano era un tuo sogno da sempre.
«Fin da quando eravamo ragazzini. È una meta classica della zona: quando sei bambino ti portano a vedere la spada nella roccia. È un luogo da cartone animato, magico e surreale. Era un po' che pensavamo di farci qualcosa al suo interno, però era impegnativo inventare qualcosa lì dentro. Soprattutto farci un intero concerto elettrico, con tutta la scenografia e la band, non chitarra e piano. Abbiamo anche pensato: "Era l'anno giusto per tentare di fare questa cosa", e sono felice di averla fatta. E Tommaso l'ha filmato su pellicola».
La pellicola ha dato quell'effetto di grana grossa che rimanda ai grandi concerti filmati del passato.
«Siamo cresciuti con "The Last Waltz" di The Band e "Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story". Sì, la pellicola ci portava delle complicazioni nella gestione del concerto: finivano i rulli e dopo due-tre pezzi al massimo dovevamo fare una pausa, cambiare nastri e ripartire. Però il concerto l'abbiamo fatto come gli altri del tour, solo "Volevo essere un duro" e "Tu sei il mattino" le abbiamo suonate due volte, perché c'erano state delle imprecisioni e volevo farle per bene. Sono molto felice di questo progetto, che è diventato anche un disco live».
Si tratta, sempre parole tue, di una “fotografia” di quello che sei/siete come artista e come band, in vista di una prossima evoluzione. Come immagini il Lucio Corsi di domani?
«È un esercizio che cerco sempre di fare, da quando ero ragazzino e alle prese con un disco. Iniziavo già a fantasticare su cosa sarebbe venuto dopo, già durante la fase di scrittura e registrazione. Il tutto per avere più o meno un'idea della direzione verso la quale muovermi e non trovarmi del tutto impreparato, una volta concluso un lavoro. Il cambiamento è una cosa sacrosanta, è la cosa a cui bisogna tendere. È anche la cosa più difficile da fare, ma bisogna provarci. Anche per se stessi».
Nel tuo ultimo singolo, “Notte di Natale”, hai raccontato le festività in modo poetico e malinconico. Che periodo dell’anno è per te, oggi e soprattutto quando eri bambino?
«Il periodo natalizio ha sempre avuto quell'aria triste, però in qualche modo ci sguazzo dentro. C'è quel lato di tristezza, come dico nella canzone, quel momento in cui rivedi magari le persone care e noti, in maniera netta e spietata, il passare del tempo. È quello che porta un po' di malinconia, quella sensazione che m'interessava quando ho iniziato a scrivere quel pezzo. Quindi le feste le vivo con malinconia, ma anche con la voglia che questo periodo arrivi – per quella sensazione di casa e di affetti. Nonostante l'andamento spietato del tempo, che fa parte del gioco».






