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25.01.2021 - 06:000
Aggiornamento : 10:55

«Ci si mette anche la burocrazia, così spariremo tutti»

Piccoli artisti alla canna del gas a causa del Covid. Il grido disperato di Cristina Castrillo, co fondatrice del TASI.

«Viviamo nella precarietà. Per ottenere un aiuto statale bisogna continuare a riempire formulari. A dare giustificazioni. Ma che vai a giustificare in un momento come questo?»

LUGANO - «Il teatro indipendente è sempre stato precario per sua natura. Immaginatevi ora con la pandemia. Rischiamo di perdere un patrimonio culturale enorme». Non si contano i sospiri di Cristina Castrillo, responsabile del Teatro delle radici e co fondatrice del TASI (Teatri associati della Svizzera Italiana). È lei a raccontare il dolore di quella che definisce “ultima ruota del carro”. Una sofferenza contraddistinta da più fattori. «Non possiamo pianificare spettacoli. Né in patria. Né all’estero. E poi accedere a eventuali aiuti statali è complicatissimo».

Ecco. Partiamo da questo. Non vi aiutano?
«L’intenzione sembrerebbe esserci. Ma c’è una burocrazia enorme. Bisogna continuare a riempire formulari. A dare giustificazioni. Ma che vai a giustificare in un momento come questo? Ci sono artisti che hanno dimostrato sul campo il loro valore e che vengono letteralmente umiliati dalla burocrazia». 

Qual è il problema burocratico principale?
«Dovere illustrare progetti che non sai se potrai concretizzare. Ti chiedono ogni virgola. Era già così prima. Col Covid-19 tutto è peggiorato. È come se ti dovessi presentare da capo, come se non avessi mai fatto niente finora. Non puoi in un periodo del genere abbinare la cultura alla burocrazia». 

Qualcuno direbbe che la cultura non rappresenta una priorità ora come ora...
«È vero. Per vivere c’è bisogno di mangiare. Ma c’è necessità anche d’altro. In tutti i sensi. I big saranno probabilmente salvati. Nessuno si rifiuterebbe mai di dare una mano al LAC di Lugano. Giustamente, lo sottolineo. Noi piccoli abbiamo paura di essere facilmente sacrificabili. E siamo a centinaia. La politica può e deve fare una riflessione a 360 gradi. La scena indipendente andrebbe aiutata a occhi chiusi, perché in questi decenni ha dato voce alla cultura del nostro territorio».

L’incertezza va avanti da quasi un anno. Come si tira alla fine del mese?
«Ci si arrangia come si può. Alcuni hanno lanciato progetti online. Altri beneficiano di qualche aiuto. C’è tanto scoramento. È arrivato il vaccino, ma questo non risolve le nostre difficoltà nell’immediato. Il vero problema è che ci vuole tempo per pianificare uno spettacolo. E siccome non sai cosa ti aspetta nei prossimi mesi, e con quali condizioni, ti ritrovi nella nebbia. Molte piccole compagnie della Svizzera italiana viaggiavano tanto all’estero. Tutto questo è crollato e non si sa quando potrà riprendere».

C’è chi sta per gettare la spugna?
«Rischiamo davvero di perdere tanti bravi artisti per strada. Confido sul fatto che chi viene dal mondo del teatro indipendente è abituato alle difficoltà. Ma stavolta serve davvero tanto carattere».   

Perché è importante sostenere la scena dei piccoli artisti indipendenti?
«Perché non è un settore di nicchia. Ha un ruolo sociale per la collettività. Vi racconto un aneddoto. Uno dei pochi spettacoli che siamo riusciti a portare sul palco nel 2020 è stato a novembre. A Lugano è andato in scena Re-cordari per i 40 anni del Teatro delle Radici. Le limitazioni anti Covid prevedevano un massimo di 30 persone tra il pubblico. Erano tutte entusiaste oltre che diligenti nel rispettare le regole. Quelle persone erano lì per dire che è importante essere presenti anche in un momento così. Avevano fame, fame di cultura. Anche questo è nutrimento».

 

 

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