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L'OSPITE
15.03.2019 - 19:000

Per restare liberi

Avv. Matteo Quadranti, gran consigliere PLR

L’uomo nasce libero ma è ovunque in catene … digitali, avrebbe scritto oggi Rousseau.

La democrazia liberale e il liberalismo hanno vinto per secoli battaglie contro molti demagoghi e autoritarismi che volevano soffocare la libertà umana da fuori. Oggi il liberalismo potrebbe essere in crisi per il rischio delle nuove tecnologie che minerebbero la nostra libertà da dentro. Questa l’ipotesi dello storico Yuval Harari nelle sue “21 lezioni per il XXI secolo”.

Che cosa è oggi il liberalismo? Il liberale è progressista, ovvero non è un conservatore fermo alla difesa del passato. Il liberalismo difende la libertà personale ritenendo l’homo sapiens come un’entità diversa da tutti gli altri animali in quanto dotato del “libero arbitrio”, ovvero ciò che rende le scelte umane la superiore e definitiva autorità morale e politica. Ma il libero arbitrio è un mito che il liberalismo ha ereditato – ebbene sì - dalla teologia cristiana: un mito che non ha niente a che vedere con ciò che la scienza ci insegna oggi su di noi sapiens. Se siamo certamente dotati di “arbitrio” pare non sia certo che sia “libero”. Le scelte che facciamo sarebbero sempre dipendenti da vincoli biologici o sociali che non possiamo controllare perché non scegliamo il nostro corredo genetico, la nostra biochimica, la nostra famiglia o cultura nazionale.

Per quanto sia un mito, il libero arbitrio si è rivelato utile a dar coraggio a persone che dovettero lottare ad esempio contro l’Inquisizione, contro il Ku Klux Klan. Ma oggi la fede nel libero arbitrio è per Harari ritenuta pericolosa: se governi e grandi società riusciranno a piratare il sistema operativo umano, le persone più facili da manipolare saranno proprio quelli che credono nel libero arbitrio. Per piratare un essere umano ci vogliono tre cose: buona padronanza della biologia, molti dati e molta potenza di calcolo. Oggi governi e grandi aziende possono, per la prima volta nella storia, disporre di questi tre elementi e prevedere le nostre scelte e manipolare le nostre sensazioni. La reazione del liberale di oggi sarebbe quella di liquidare la minaccia dicendosi: “Non accadrà mai. Nessuno penetrerà abusivamente nello spirito umano perché questo va oltre i geni, i neuroni e gli algoritmi”. Purtroppo, però liquidare la minaccia non contribuisce ad eliminarla mentre ci rende più vulnerabili. Per questo la fede ingenua nel libero arbitrio ci rende ciechi.

Propaganda e mistificazione non sono una novità: quando Hitler parlava alla radio si rivolgeva al minimo comun denominatore di un popolo, perché non poteva adattare il proprio messaggio alle specifiche debolezze di ciascun cervello: oggi invece si può fare esattamente questo. L’algoritmo di turno sa già che Tizio o Caio nutrono un pregiudizio contro gli immigrati o che la vicina odia Salvini e di conseguenza ci fa leggere sul telefonino il titolo della notizia che va nella direzione che conferma i nostri pregiudizi. Quindi oggi ci sono i mezzi per hackerare il nostro cervello in modo da farci cliccare su certi banner pubblicitari, venderci certi prodotti e premerci i tasti mentali della paura, dell’odio, degli appetiti e dell’avidità per indurci a certe scelte politiche (le elezioni americane e le fake news ce lo hanno dimostrato). Gli hackers non creano paure e odio, ma se scoprono cosa già temiamo, allora possono premere i pulsanti emotivi che accenderanno la rabbia ancora più intensa. Oggi ciò avviene ancora grazie ai famosi big data che si accumulano tramite lo stoccaggio degli acquisti online che faccio, dei posti che visito, degli hotel che riservo, le parole che cerco. Ma tra pochi anni i sensori biometrici potrebbero fornire ai pirati informatici un accesso diretto alle nostre realtà interiori, nonché osservare quel che accade nel nostro muscolo-pompa che regola la nostra pressione sanguigna e una buona parte della nostra attività cerebrale correlandola alla nostra carta di credito o alla nostra polizza di cassa malati con conseguenti bonus o malus.

Il liberalismo non è forse pronto a situazioni in cui la libertà personale viene sovvertita dall’interno e in cui i
concetti stessi di “libertà” e “individuo” mutano di senso. Dobbiamo quindi restare vigili, per restare liberi.
Per sopravvivere nel 21 secolo dobbiamo imparare a conoscerci meglio e riconoscere che siamo quel che
siamo: animali hackerabili. Già Socrate, Confucio e Buddha esortavano al “Conosci te stesso” ma oggi esiste
la concorrenza tecnologica per cui governi e imprese potrebbero arrivare a conoscerci meglio di quanto
pensiamo di conoscerci noi stessi e venderci qualunque cosa.

Ma se è vero che siamo hackerabili (mediante virus) e le nostre scelte e opinioni non dipendono dal nostro libero arbitrio, allora la politica oggi a cosa serve? A creare dei possibili antivirus. Da tre secoli gli ideali liberali hanno voluto permettere al maggior numero di individui di realizzare i propri desideri e perseguire i propri sogni. Oggi siamo vicini a questo obiettivo ma anche più vicini a renderci conto che si tratta di una illusione. Le tecnologie inventate, e che ci aiutano a realizzare i sogni, sono le stesse che ci permettono di riprogrammarli di continuo. E allora come faccio a fidarmi dei miei sogni? Che succede se penso al prossimo pensiero che mi salta in mente e mi chiedo: “E questo, da dove salta fuori?”. Finché ti identifichi coi tuoi pensieri non dovrai faticare per conoscerti, ma quando arrivi a comprendere che quei pensieri non sono tuoi ma solo una vibrazione biochimica o pensieri che mi sono stati indotti da algoritmi fondati sui Big Data, allora capisci che non sai più davvero chi sei. Come funziona la democrazia liberale in un’epoca in cui governi e grandi imprese sono in grado di hackerare gli esseri umani? Cosa resta della convinzione per cui “l’elettore è il miglior giudice” e “il cliente ha sempre ragione”? Come mi sentirei se il prossimo pensiero potrebbe non provenire dal mio “libero arbitrio” ma da un algoritmo che mi conosce meglio di me stesso, o me lo fa credere? Queste sono domande che i liberali, abituati da sempre a pensare al futuro e al progresso, devono porsi. Ma sfortunatamente la gente arretra cercando rifugio in illusioni antiche. Anziché affrontare le sfide dell’intelligenza artificiale e della bioingegneria, la gente si aggrappa a fantasie religiose e nazionaliste che, rispetto al liberalismo sono ancora più scollegate dalla realtà scientifica. Abbiamo solo qualche decennio per capire come impiegare intelligenza artificiale e bioingegneria: non c’è tempo per conservatorismi di vecchio stampo. Che fare? Bisogna salvaguardare la democrazia liberale, non solo quale miglior sistema politico scoperto finora, ma perché pone meno limitazioni al dibattito aperto sul futuro dell’umanità. Bisogna però essere pronti a rimettere in discussione i presupposti tradizionali del liberalismo e inventarsi un progetto politico nuovo e in sintonia con le realtà scientifiche e le potenze tecnologiche che sotto altri regimi arrischiano di diventare pericolose. Si pensi ad esempio alla Cina laddove entro il 2020 si intendono valutare tutti i cittadini in base ad un sistema di classificazione basate sui Big Data, intelligenza artificiale e Data Analytics, con premi (ad es. permessi di viaggio) e multe (ad es. esclusione da scuole, ...). In pratica ogni individuo è costantemente valutato da software e giudicato dai vicini, dai funzionari, dai colleghi poi tutto finisce in un database di rating reputazionale. Orwell lo aveva previsto col Grande fratello di “1984”. Anche qua, pensare che cose del genere accadono solo in certi paesi è quantomeno ingenuo.

Ogni giorno noi stessi, qui e ora, forniamo più o meno volontariamente dati sui nostri gusti alimentari, in materia di vacanze, sulle nostre simpatie politiche o preferenze sessuali. Quindi, per restare liberi, c’è ancora molta strada da fare e ostacoli da superare. Il liberalismo – se guarda al progresso, a una scuola digitale che sappia insegnare ai giovani che oltre al brodo digitale c’è la vita reale imprevedibile e sorprendente e che devono dubitare di quel che gli viene presentato - può essere ancora il miglior compagno di viaggio.

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