Niccolò Castelli
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20.01.2021 - 06:300
Aggiornamento : 09:51

Ripartire dopo un attentato contro la paura: stasera in tv c'è "Atlas"

Il film del regista Niccolò Castelli aprirà le 56esime Giornate di Soletta. È la prima volta che tocca a un ticinese

Il lungometraggio, prodotto da ImagoFilm, si ispira all'attentato di Marrakech che scosse il nostro cantone nel 2011. La protagonista è Matilda De Angelis.

SOLETTA - Per la prima volta nella storia delle Giornate di Soletta (giunte alla 56esima edizione) è un film prodotto nella Svizzera italiana a inaugurare la rassegna dedicata al cinema svizzero. «Un onore» per l'autore ticinese, Niccolò Castelli. Il suo lungometraggio, "Atlas", sarà trasmesso questa sera, in prima serata, su LA2 alle 20.00 e in contemporanea sulle seconde reti della SSR.

Come ti senti in questo momento? Sei il primo ticinese ad aprire Soletta e ad andare in onda sulle reti nazionali...
«Ne sono onorato. Quando facciamo un film, vorremmo che venisse visto da più gente possibile. Soletta è una bella vetrina ed è in Svizzera, dove tutto è partito. Fa molto piacere non solo per me in quanto regista, ma per il cast, la crew, la produzione e tutto il settore della Svizzera italiana».

Il Ticino e il cinema, un rapporto che sta crescendo?
«Negli ultimi dieci-quindici anni abbiamo fatto molti passi avanti e penso che questo sia un po’ il riconoscimento per il lavoro di tanti. Diciamo al resto della Svizzera che il cinema in italiano esiste veramente e che noi ci siamo. È un buon punto di partenza per continuare a costruire in questo senso. Inoltre, è coraggioso portare nelle case degli svizzeri un film che per moltissimi sarà sottotitolato e che richiede una certa partecipazione da parte del pubblico».

Entriamo nel merito del film... L'ispirazione ti è venuta poco meno di dieci anni fa, quando il Ticino fu scosso dall'attentato a Marrakech (era il 28 aprile 2011). Chichi, Corrado e Andrè morirono, Morena sopravvisse...
«Sì. Come molti altri, ebbi la sensazione che quell'avvenimento mi portasse fuori con forza dalla "bolla" di sicurezza in cui vivevo. E mi mettesse a confronto con la paura. Il film parla proprio del rapporto con questo tipo di paura. Che ora con la pandemia è pure aumentata, è diventata paura del contatto, delle persone, della loro vicinanza. Non è l'attentato in sé il centro del film, ma la rinascita, la ricerca della libertà dopo che si è perso la fiducia negli altri. La protagonista è sopravvissuta a un attentato terroristico che è costato la vita a tre suoi amici e deve ripartire da lì». 

Il film, prodotto dall'Imagofilm di Villi Hermann, è stato quasi interamente girato in Ticino. Come renderlo una pellicola universale?
«Abbiamo girato da Lugano ai Denti della Vecchia, in Capriasca e in Leventina. A me interessava rappresentare come mi sentivo io, ma affrontando un'emozione universale: la ricerca di libertà dentro a un dolore enorme. È anche per questo che ho scelto una protagonista donna, oltre che per rimanere ancorato alla realtà della ragazza sopravvissuta alla bomba di Marrakech. La donna sa incarnare meglio questo tipo di dolore, andare a fondo alle emozioni. Credo sia capace di fare un processo più interno, più profondo. Ho quindi scelto una ragazza, che però è forte fisicamente, fa scalata, lavora anche con i muscoli. Un personaggio femminile moderno».

Parlami di lei: Matilda De Angelis. Da "Veloce come il vento" a "L'incredibile storia dell'Isola delle Rose" (Netflix) e ora su Sky Atlantic al fianco di Nicole Kidman e Hugh Grant ("The Undoing"). 
«Sì, quando abbiamo fatto il casting non c'era ancora tutto questo. Ma non mi sorprende che stia diventando una piccola star. È davvero brava. È una persona che calamita molto l’attenzione davanti alla camera, capisce bene le emozioni di una scena e sa viverle senza paura. Non è un’attrice che semplicemente ripete le cose scritte sulla sceneggiatura, vive le scene a livello emozionale e va a fondo delle cose che prova. Ha passato oltre un mese e mezzo in Ticino, per costruire il personaggio e il rapporto con gli altri personaggi del film».

La pandemia ha rallentato le cose?
«La post produzione si è allungata ed è stata ritardata. Dovevamo girare delle scene in Marocco, ma sono state annullate e abbiamo dovuto essere creativi per trovare soluzioni alternative. Molte cose le abbiamo fatte in remoto, ma per la post produzione io dovevo andare in Belgio di persona. E poi c'è l'incertezza. Non sai quando potrà uscire, non sai se potrai andare ai festival. Dall'inizio delle riprese a oggi sono passati due anni».

C'è dietro una grande produzione per il nostro piccolo Ticino. 
«Sì. Adoro girare in Ticino. Credo che bisogna raccontare qualcosa che si conosce bene per renderlo universale. E io cerco di farlo, con le mie emozioni, i miei posti, le persone che ci vivono. Amo molto anche mostrare i luoghi in mutazione. Ad esempio "Atlas" è stato girato in gran parte allo Spazio Morel, che verrà distrutto. C'è una Lugano sotto la pioggia, la chiesa degli Angioli. Quando scrivo la sceneggiatura, già penso a dove andrò a girare. E il Ticino permette tantissimo, può essere urbano, thriller. Un posto affascinante che si può declinare in molti modi».

Da nuovo direttore della Ticino Film Commission sono cose che ti stanno molto a cuore...
«Credo che lo scambio sia vitale per tutti. Se pensiamo di fare solo film ticinesi, per il Ticino, con produzione ticinese, è difficile continuare a crescere perché non abbiamo scambio. A quel punto non possiamo nemmeno pensare di ospitare altre produzioni, perché non creiamo la base culturale che ci vuole per fare film. Creare film è cultura, ma anche turismo, indotto economico, lavoro, economia negli alberghi, nella ristorazione. E più noi facciamo film interessanti e cerchiamo di esportarli, già aldilà del Gottardo, più attireremo l’attenzione. E si creeranno co-produzioni anche con l'estero. Sul nostro set si parlava italiano, tedesco, francese e inglese. Questo continuo scambio è molto stimolante».


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