CLUB TO GROOVE
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06.02.2020 - 06:010

«Sono anni sbagliati per organizzare musica dal vivo»

Chiude il Club To Groove ma la musica non si ferma: l'ideatore Ali Utebay lo ha fatto diventare un brand per serate ed eventi

LOCARNO - Pochi giorni fa, dopo un anno e mezzo di serate e musica, il Club To Groove di Riazzino ha chiuso i battenti.

Nei 18 mesi di esistenza il locale notturno ha ospitato nomi interessanti del panorama internazionale (Giaime, solo per citarne uno tra i più recenti) ed è stato una vera palestra per i giovani musicisti ticinesi. L'anima del Club To Groove è Ali Utebay, che ne è stato l'ideatore e poi il factotum. «È stata una decisione molto difficile» ammette.

Cos'è stato il Club To Groove nel contesto della scena ticinese?
«Ho voluto portare una ventata nuova: proporre tantissimi generi musicali in un unico locale. Sono passato dal reggae al funk, dal jazz all'hip hop, dal rock al metal, dal punk alla techno. I live sono stati tanti: due ogni settimana».

Qual è uno dei principali problemi che hai riscontrato?
«Ho avuto tantissima difficoltà nel gestire l'eterogeneità dell'offerta. Mi sono rivolto sia ai giovanissimi che ai giovani adulti, ovvero la fascia dai 25 ai 35 età che era quella su cui puntavo maggiormente. Succedeva che i ragazzi arrivavano, vedevano quelli più vecchi e pensavano che fosse un posto per adulti, e viceversa. Così facendo si auto-eliminavano. Poi c'è un problema generale che riguarda la musica live in Ticino».

In che senso?
«Un posto così grande, capace di contenere 400 o 500 persone, è difficile da riempire. Al giorno d'oggi è un flop se non raggiungi almeno le 200 presenze. Il motivo sono i costi: pesano l'affitto e tutte le altre spese che ha un locale. Ma anche i cachet degli artisti e il fatto che sempre più spesso i nomi di un certo livello chiedono anticipi molto consistenti, anche di migliaia di franchi. Troppe volte sono stati fregati e ora si tutelano così».

La storia degli ultimi anni insegna che in Ticino spesso è il contesto nel quale è inserito un locale a decretarne la fine...
«Io, rispetto ad altri, non ho avuto veri problemi con i vicini. Non me ne sono andato perché ho ricevuto delle lamentele...».

Perché, allora?
«La gente non si sposta più per andare a sentire musica. Ok che ero a Riazzino, ma avevo la stazione a pochi passi e la fermata del bus di fronte. Ho perfino organizzato i pulmini navetta da Locarno fino al locale, il tutto pagato da me. Ma non è bastato».

Come ti spieghi tutto questo?
«Sono i più giovani che fanno tantissima fatica. È un vero e proprio problema di socializzazione, conseguenza dell'abuso dei social network. Pensa che negli ultimi 3-4 mesi mi sono arrivate un sacco di proposte di trasmettere i concerti in streaming sui social. Vuol dire che i nomi che chiamavo erano azzeccati, ma che le persone preferivano starsene a casa sul divano a guardare una diretta su Facebook, piuttosto che venire al locale».

Punti il dito sui giovanissimi...
«Su quelli che si lamentano che non c'è nulla in Ticino».

Hai sofferto la concorrenza dei grandi eventi?
«Sicuramente. In estate sono stato chiuso due mesi. Ben vengano il Festival di Locarno, Moon & Stars e Locarno On Ice, ci mancherebbe. Ma a chi gestisce un locale che mira ai 25-35enni resta una finestra di un paio di mesi, poi sono loro a fagocitare il grosso del pubblico».

Che tempi sono per chi ha un locale di musica dal vivo?
«Difficili, e non lo dico solo io. Sono anni sbagliati, e c'è una generazione sbagliata».

Quelli che ancora vanno avanti, come fanno?
«Questione di compromessi. Non mi sono mai voluto piegare a fare reggaeton, ad esempio. Per una mia scelta artistica. L'ho fatto una sola volta, e mai più. Funziona, ma non è quello che voglio».

Tu, però, la musica non l'abbandoni...
«Certo che no. Proseguo con l'attività di noleggio audio-luci e organizzazione eventi che portavo avanti già in parallelo al club. Va bene specialmente nei mesi estivi. Poi sono ingegnere del suono diplomato e seguo degli artisti ticinesi, ad esempio Julie Meletta».

Cosa ti ha reso più orgoglioso in questi 18 mesi?
«Soprattutto l'aver permesso a giovani gruppi emergenti di poter aprire band più affermate o addirittura avere una serata tutta per sé. A chi si proponeva davo uno spazio, a prescindere. Inoltre, durante i giorni di chiusura settimanali, ho messo il club a disposizione di chi voleva fare le prove. Con l'impianto e tutto quanto, non con una tariffa fissa ma a offerta libera. Sono stato anch'io un ragazzo che ha fatto musica e so quanto è importante questo tipo di esperienza».

Potendo ripartire da zero, rifaresti tutto quanto?
«Sì. L'esperienza che ho acquisito gestendo il Club To Groove è stata impagabile, non l'avrei trovata da nessun'altra parte. O ci sarebbero voluti 10 anni per pareggiarla».

Il tuo bilancio, nonostante tutto, è positivo.
«Assolutamente. Quando ho iniziato non pensavo di riuscire ad acquisire così tante emozioni».

Che fine farà il Club To Groove?
«Come locale è assodato che non esisterà più, ma Club To Groove ora è un brand. Le proposte non mancano, anzi: sono già stato bombardato (ride, ndr). Ci saranno quindi serate ed eventi a tema Club To Groove: ho già fatto fare la luce al neon con il logo!».

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