Il regista Eduardo Nunes.
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13.09.2017 - 06:010
Aggiornamento : 10:30

Con cineBabel l’aldilà è a… “Sudoeste”

A Bellinzona da domani si esplora l'aldilà

BELLINZONA - La dodicesima edizione del festival di letteratura e traduzione Babel, dedicata all’altro mondo, si apre con il film brasiliano “Sudoeste” di Eduardo Nunes, presentato dall’attrice Simone Spoladore giovedì 14 settembre alle 20.30 al Cinema Forum. Ne parliamo con loro.

La parola a Eduardo Nunes…

Quale visione dell’aldilà ha voluto raccontare con “Sudoeste”?

«Quando inizio un progetto ho molte domande e poche risposte. Tra un mio film e l’altro c’è un intervallo di circa otto anni: se ne giro uno, è per affrontare questioni che mi stimolano. Al centro di “Sudoeste” c’è il tempo della vita. Più di questo: c’è la nostra percezione del tempo della vita. Forse quello che mostra il film è che la nostra percezione del tempo può dare senso alla vita. Quando capiamo che la protagonista, Clarice, è nata dal suo stesso corpo, capiamo anche che la vita e la morte occupano lo stesso spazio. Vedo l’aldilà come qualcosa che sta già dentro la vita di una persona».

Clarice è in effetti un personaggio misterioso: nata da sé stessa, attraversa tutta una vita, dall’infanzia alla vecchiaia, in una sola giornata, mentre il mondo intorno a lei continua come sempre. Come ha ideato questa figura?

«Clarice ci dà un nuovo sguardo sul mondo. La cosa più bella della sua vita è che ogni cosa è unica: c’è solo un’alba, solo un tramonto… E questo fa sembrare speciale anche la cosa più semplice».

Il personaggio di Clarice porta al centro del film il tema del tempo…

«All’inizio volevo raccontare di un villaggio dove c’era molto vento e il vento accelerava il tempo. Poi mi sono accorto che possiamo capire cos’è il tempo solo se abbiamo un punto di riferimento esterno. La vita di un uomo è lunga o breve? Lunga se paragonata a quella di un cane, breve in confronto a un albero di 500 anni. Il film è una fiaba; l’idea era mettere due tempi in parallelo: il tempo della vita di Clarice e il tempo della vita nel villaggio. In questo modo possiamo guardare da un tempo all’altro, e così capirne meglio le dimensioni».

Come ha scelto il particolarissimo formato del film, questo cinemascope estremamente stretto?

«L’ha suggerito il direttore della fotografia, Mauro Pinheiro Jr. La regione che filmavamo era davvero orizzontale, e con questo formato tutto entrava meglio nell’inquadratura. Ma soprattutto volevamo mostrare le cose in un modo unico, con un altro sguardo, uno sguardo come quello di Clarice. E in più è interessante vedere come, con questo cinemascope, lo sfondo diventi tanto importante quanto l’oggetto principale dell’inquadratura. In un close-up di un personaggio, ad esempio, la sua faccia occupa meno di un quarto dello schermo, mentre lo sfondo tutto il resto. La Natura diventa così molto più presente».

“Sudoeste”, il suo primo lungometraggio, all’uscita nel 2012 ha viaggiato in molti festival e ricevuto numerosi premi. Cosa ha rappresentato per lei?

«È una continuazione del lavoro che ho fatto con i miei cortometraggi e che è proseguito con il mio secondo film, appena finito. “Unicórnio” debutterà al festival di Rio in ottobre e l’anno prossimo sarà in Europa; ci ho lavorato con lo stesso team di “Sudoeste”, e penso sia uno sviluppo estetico del mio primo film. Io credo in un certo tipo di cinema: un cinema che può essere vissuto durante la proiezione come un’esperienza estetica e spirituale molto intima. Quando, alla fine di “Sudoeste”, lo schermo si fa nero e si sente la pioggia, vorrei che lo spettatore pensasse: sono sotto la pioggia, vivo un’esperienza estetica insieme ad altre persone».

A tu per tu con Simone Spoladore

Come ricorda il lavoro con Nunes?

«Ci siamo conosciuti facendo un altro film, “Duas da Manhã”, e siamo diventati amici. Quando ha iniziato a lavorare a “Sudoeste” ha pensato a me per il ruolo di Clarice. La nostra amicizia è stata molto presente in ogni tappa del film: abbiamo letto insieme la sceneggiatura a casa mia, commentando ogni dettaglio. È un rapporto di fiducia e paritario».

Quale interpretazione dà a Clarice, il suo personaggio?

«Una delle interpretazioni del film, per me, si rifà all’eterno ritorno di Nietzsche: immagini se fossi obbligata a rivivere la stessa vita, fino alla fine dei tempi… Pensavo a questo, girando il film: poter vivere la propria vita di nuovo, ma con un grado di consapevolezza diverso. E forse la vita stessa non dura che un giorno».

Trovo che il passaggio tra le varie Clarice (la bambina, l’adulta, che lei interpreta, e la donna matura) sia sì stupefacente per lo spettatore, ma risulti anche, misteriosamente, molto fluido. È stato difficile immedesimarsi in un personaggio che, nel corso del film, cambia così profondamente ma al contempo resta lo stesso?

Abbiamo riflettuto molto su cosa vuol dire invecchiare, per esempio studiando “La terza età” di de Beauvoir – mi è rimasto impresso un passaggio dove dice che la persona non sa di invecchiare: è una percezione che ci viene dagli altri. Qui i cambiamenti sono più esteriori che interiori, ma Clarice sta ripetendo la storia di sua madre, come una donna che esce da un’altra donna, o come la stessa persona che rivisita la sua stessa storia. Forse siamo tutti la stessa persona? Dentro di noi racchiudiamo tutte le storie».

La trama del film

In un villaggio costiero di pescatori, una donna muore mentre partorisce. La sua bambina, intanto, viene portata via da un'anziana, che molti ritengono una strega. La bambina crescerà molto in fretta e vivrà tutta la sua vita nello spazio di un solo giorno, cercando di comprendere l’oscura realtà e il destino della gente che la circonda, in un tempo circolare che ossessiona e disorienta. 

Per il programma completo: www.babelfestival.com

 

 

 

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