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ITALIALa drammatica quotidianità della terapia intensiva: l'ultimo saluto di una figlia alla madre

25.03.20 - 10:52
«Se solo fosse possibile far provare a tutti quell'emozione, sarebbero in molti a dire quel 'ti voglio bene' in più...»
keystone-sda.ch (MASSIMO PERCOSSI)
Fonte Ats Ans
La drammatica quotidianità della terapia intensiva: l'ultimo saluto di una figlia alla madre
«Se solo fosse possibile far provare a tutti quell'emozione, sarebbero in molti a dire quel 'ti voglio bene' in più...»

TORINO - «Non auguro a nessuno di vedere ciò che sto vedendo in ospedale nelle ultime settimane». Lo scrive Noemi, infermiera della terapia intensiva dell'ospedale Martini di Torino, che in un lungo post su Facebook racconta la video telefonata, «probabilmente l'ultima», tra una figlia e la mamma ricoverata. «Brividi e lacrime di unica emozione!!», dice l'infermiera, sicura che non dimenticherà mai quegli attimi.

Da una parte, scrive l'infermiera, «quella mamma accerchiata da operatori sanitari completamente bardati fino a non poterne scorgere neanche il viso, un monitor che suona di continuo, un casco in testa che non permette di parlare, un respiro difficile e affannoso, la stanchezza dovuta alla malattia...». Dall'altro «parole dolci e tristi, leggere e pesanti allo stesso tempo: 'sei sempre stata una guerriera mamma, non mollare mai, siamo tutti con te!'».

L'infermiera è lì accanto, dietro la mascherina. «Non importa chi venga colpito e a quale età, questo virus molto velocemente separa legami fino a spegnerli anche definitivamente», sottolinea Noemi.

«Se solo fosse possibile far provare a tutti quell'emozione, sarebbero in molti a dire quel 'ti voglio bene' in più...» è la sua convinzione. «Sarebbero in molti a essere più comprensivi col prossimo, non solo con noi infermieri, tanto immeritatamente bistrattati in giorni di pace quanto troppo osannati in giorni di guerra, ma con tutti quanti, dall'impiegato delle poste alla vicina rompiscatole... E sono sicura che sarebbero in molti a cominciare a fare la cosa giusta... E non perché glielo impone un decreto. Sembra una sottile differenza, ma vi assicuro che non lo è».

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