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12.12.2018 - 11:350
Aggiornamento : 13:48

May: «Un nuovo leader non potrebbe rinegoziare la Brexit»

La premier britannica lo ha assicurato annunciando la sua determinazione a contrastare il voto di la sfiducia

LONDRA - «Un cambio di leadership nel Partito Conservatore adesso» avrebbe conseguenze sull'accordo sulla Brexit, che «un nuovo leader non avrebbe tempo di rinegoziare», e «metterebbe a rischio il futuro del nostro Paese causando un'incertezza che non siamo in grado di sostenere».

Lo ha detto la premier britannica Theresa May nell'annunciare la sua determinazione di affrontare la sfida per la leadership del partito scattata formalmente sulla base della richiesta di 48 deputati Tory, ossia il quorum necessario del 15% del gruppo.

May, in un discorso tenuto di fronte al numero 10 di Downing Street, ha confermato di aver ricevuto oggi comunicazione da Graham Brady, presidente del comitato 1922 - l'organo interno al partito incaricato di gestire la competizione interna per la leadership - del raggiungimento del quorum. E di aver rinunciato a un faccia a faccia con il premier irlandese Leo Varadkar a Dublino dopo gli incontri di ieri a Bruxelles e altrove per cercare di ottenere nuove rassicurazioni sull'accordo per la Brexit.

«Resterò invece a Londra per sostenere la mia posizione oggi di fronte ai colleghi», ha affermato, ricordando di far parte dei Tories «da 40 anni» e di credere in «un partito moderato e pragmatico». Un ipotetico «nuovo leader non sarebbe in carica per la scadenza legale del 21 gennaio», fissata dal governo per la comunicazione finale al parlamento sui negoziati con l'Ue e di un eventuale 'no deal', ha ammonito, col «rischio di passare il controllo dei negoziati sulla Brexit all'opposizione» e di consentirle di «ritardare e magari fermare» il divorzio.

«Se salto io se ne avvantaggerà Corbyn» - Un cambio di leadership nel Partito Conservatore in questa fase «servirebbe solo agli interessi di Jeremy Corbyn e John McDonnell», leader e cancelliere dello scacchiere ombra del Labour. Lo ha sostenuto oggi Theresa May.

La premier britannica ha insistito nella difesa dei pilastri fondamentali dell'accordo sulla Brexit da lei raggiunto con Bruxelles, affermando che esso «restituisce il controllo» al Regno sulla sua sovranità e allo stesso tempo ne «protegge i posti di lavoro», l'economia e la sicurezza.

Ha quindi ammonito i Tories a non «creare altre divisioni dopo le settimane spese a lacerarci fra noi», a guardare «all'interesse nazionale» e a evitare di lasciare la palla all'opposizione laburista. «Noi dobbiamo attuare il risultato del referendum e coglierne le opportunità», ma non essere «il partito di un solo dossier», ha proseguita May dicendosi convinta che il popolo britannico voglia ancora i Conservatori al potere per «costruire un Paese che funzioni per tutti». «Mi sono dedicata a questo compito senza risparmio e sono pronta a finire il lavoro», ha concluso.

Labour: «Il Paese non ha leader» - La sfida in casa Tory a Theresa May significa che "il Paese non ha un leader". Lo afferma Tom Watson, numero due del Labour, commentando gli ultimi sviluppi in casa Tory.

«La Brexit è una rivoluzione che divora i suoi figli», ha aggiunto Watson citando lord Andrew Adonis, ex ministro laburista pro Ue, e ricordando come il tema dell'uscita dall'Ue abbia «già consumato tre primi ministri: Thatcher, Major e Cameron. Sembra che Theresa May sia il quarto. Il Paese non ha un leader in un momento cruciale della nostra storia».

I ministri compatti con May. Rees-Mogg: «Si dimetta» - Ministri compatti finora al fianco di Theresa May nella competizione, al via stasera, sulla sua leadership all'interno del Partito Conservatore britannico.

L'annuncio della formalizzazione della sfida è stato seguito da una pioggia di tweet di vari esponenti di governo - dai moderati Philip Hammond e Amber Rudd, al centrista Gavin Williamson, alla brexiteer Penny Mordaunt - tutti con dichiarazioni di voto in favore della permanenza di May.

Dal fronte dei ribelli, l'euroscettico ultrà Jacob Rees-Mogg, uno dei promotori di una sfida preparata da tempo e già annunciata nelle settimane scorso sulla scia delle polemiche di un settore del partito contro l'accordo sulla Brexit raggiunto dalla premier a Bruxelles, l'ha invitata invece seccamente a "dimettersi". Sulla stessa linea un altro falco, Bernard Jenkin, secondo cui la leadership May rende impossibile la prosecuzione della vitale alleanza fra i Conservatori e gli unionisti nordirlandesi del Dup: i quali hanno ribadito ancora oggi di considerare "sbagliata la politica sulla Brexit" attuale.

A May serve il voto di 158 deputati su 315, verdetto alle 22 - È una partita interna al gruppo Tory alla Camera dei Comuni quella che deciderà stasera la sfida lanciata alla premier britannica Theresa May in veste di leader di partito.

Sono chiamati al voto fra le 18 e le 20 locali i 315 deputati che ne fanno attualmente parte e il verdetto è atteso entro le 21 (le 22 in Svizzera): a May serve il sostegno di 158 dei votanti, ossia del 50% più uno del gruppo per salvarsi.

In questo caso la sua leadership sarebbe al sicuro da ulteriori sfide per almeno un anno. Al contrario, se la maggioranza fosse contro di lei May decadrebbe automaticamente da leader del Partito Conservatore e resterebbe premier soltanto fino all'elezione di un nuovo leader, per la quale sono previste ulteriori procedure e ballottaggi ad hoc, successivi alla presentazione di una o più candidature.

May: «Fatti progressi, nuovo voto non immediato» - Duro scontro fra Jeremy Corbyn e Theresa May sul rinvio della ratifica dell'accordo sulla Brexit nel Question Time ai Comuni. La premier Tory ha detto di aver fatto "alcuni progressi" ieri a Bruxelles alla ricerca di ulteriori "rassicurazioni" sul backstop, ma che serviranno ulteriori incontri e ha rifiutato di impegnarsi per un nuovo voto parlamentare prima della pausa di Natale.

«Questo è inaccettabile», ha tuonato Corbyn, accusando May di «oltraggio al Parlamento e di voler portare il Paese nel caos».

«È chiaro che nulla è cambiato» nei colloqui avuti dalla premier ieri a Bruxelles, a Berlino e all'Aja, ha tagliato corto il leader laburista, sfidando May a smetterla con i rinvii e a far votare la Camera sul suo accordo. Corbyn ha inoltre sollecitato la premier Tory a escludere a prescindere qualsiasi scenario di un divorzio senz'accordo da Bruxelles: assicurazione su cui May ha glissato limitandosi a ribadire che anche nel caso di una Brexit 'no deal' il suo governo intende tutelare i diritti dei cittadini Ue residenti nel Regno.

La premier - che ha ripetuto a più riprese di non volersi dimettere - ha quindi rinfacciato a Corbyn di strumentalizzare il dossier Brexit. «All'onorevole leader dell'opposizione non importa nulla della Brexit, vuole solo far cadere questo governo per andare a elezioni, provare a entrare a Downing Street e distruggere l'economia nazionale», ha detto. Non senza aggiungere che il vero pericolo per il Paese non sarebbe rappresentato dall'uscita dall'Ue, ma da un governo Corbyn.

«Se salto io, salta l'articolo 50» - May ha inoltre avvertito i colleghi Tory che se lei fosse stasera sfiduciata come leader di partito, i tempi necessari per dar vita a una nuova leadership imporrebbero di "rinviare o revocare" l'articolo 50 di notifica della Brexit. E far quindi saltare o slittare l'uscita del Regno dall'Ue fissata per il 29 marzo.

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