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FESTIVAL DIRITTI UMANIL'esigenza di testimoniare

25.10.23 - 06:30
I racconti di chi è scappato dalla guerra in Ucraina per cercare un rifugio: il film "In the rearview" del regista polacco Maciek Hamela.
IN THE REARVIEW
L'esigenza di testimoniare
I racconti di chi è scappato dalla guerra in Ucraina per cercare un rifugio: il film "In the rearview" del regista polacco Maciek Hamela.

LUGANO - Un campo minato, un checkpoint militare e un missile che cade a pochi metri dal furgone che sfreccia per migliaia di chilometri in Ucraina. Nel sedile posteriore del van, una bambina che chiede alla madre di prometterle che quando tutto sarà finito potranno tornare a casa.

Volontario in una guerra - "In the rearview" del regista polacco Maciek Hamela non doveva essere un film, ma lo è diventato. Dopo l'inizio dell'invasione russa e l'evacuazione di migliaia di profughi ucraini Maciek non è rimasto impassibile davanti al dramma umanitario e con un furgone ha deciso di aiutare chi fuggiva dalle zone di guerra. «Il mio impegno inizialmente non era legato al film. Mi sono unito ai migliaia di volontari polacchi che hanno aiutato i rifugiati quando è scoppiata la guerra», ci ha raccontato il regista polacco presente con il suo film al Festival dei Diritti Umani in corso in questi giorni a Lugano.

Alla frontiera, Maciek non era solo. «Con me c’erano tanti altri volontari, ma non era sufficiente. Il numero di persone che scappavano era immenso. Arrivavano affamate e al freddo, non avevano nessun posto in cui andare». Chilometri su chilometri a bordo di un furgone che con il passare del tempo sono diventati una missione. «A un certo punto ho invitato un amico per aiutarmi a guidare il van e abbiamo deciso di iniziare a registrare le conversazioni».

Un'intimità speciale - La complicità che si creava tra i passeggeri e il regista polacco, in un luogo così piccolo e in una situazione così drammatica, ha fatto emergere i racconti più intimi. «Avevo la sensazione che quello che succedeva durante questi tragitti fosse molto importante. Era la prima volta che sentivo un certo tipo di racconti. Per esempio nel momento che abbiamo iniziato a registrare non c’erano ancora notizie da Bucha. Il mondo non sapeva cosa stava accadendo nelle zone occupate. Il film era però subordinato all’emergenza dell’evacuazione». 

I passeggeri sentivano l'esigenza di raccontare, fin nei minimi particolari, quello che il mondo ancora non sapeva. «I viaggi erano molto lunghi, alcuni duravano addirittura tre giorni. Le persone erano interessate a cosa sapevamo della guerra, ma soprattutto erano interessate a raccontarci le loro storie. Testimonianze che dovevano uscire dall’Ucraina così che tutti sapessero cosa stava accadendo». Spesso chi non è abituato alla telecamera si sente insicuro, «ma non questa volta. La telecamera, inaspettatamente, ha giocato un ruolo fondamentale. Sentivano l’esigenza di raccontare e condividere le loro esperienze, altrimenti si sarebbero perse».

Tante storie che formano un grande racconto - Le registrazioni erano scandite dai checkpoint militari e interrotte da missili e problemi tecnici inevitabili in una zona di guerra. «Non ho però voluto incentrare il film sul nostro lavoro come volontari oppure sui pericoli che incontravamo. L’aspetto più importante era procurare una piattaforma sulla quale tutti potessero raccontare le loro storie». 

Tra le tante testimonianze che vengono raccontate infatti è impossibile concentrarsi su una sola. «La nostra idea era quella di comporre il film in modo che nessuna storia emergesse sulle altre. Abbiamo impiegato un anno a mettere insieme tutti i pezzi. L’idea è di raccontare queste storie in modo che chi guarda il film alla fine ha l’impressione di aver ascoltato tante storie che compongono una sola grande storia. Tutti i protagonisti avevano lunghi racconti, ma ne abbiamo selezionato solo una parte. Per Viktor si vede solo la parte in cui spiega i conflitti con la moglie. Con Evelina abbiamo parlato delle difficoltà di uscire dal Paese e ricominciare una nuova vita dove sarebbe stato impossibile trovare un lavoro. Le loro storie sono molto più dense e lunghe, ma nel film non c’era spazio per tutto questo».

«Una guerra che coinvolge tutti» - La solidarietà polacca si è distinta per un'eccezionale accoglienza dei profughi, fin dal primo giorno di guerra. Maciek si rifiuta però di fare distinzioni. «L’Ucraina è un Paese europeo, non penso ci voglia una capacità culturale specifica per capire la solidarietà. Questo film cerca di spiegare che le vite di queste persone non erano tanto diverse dalle nostre. È un Paese che condivide gli stessi valori europei. Questa guerra non è soltanto dell'Ucraina, ma coinvolge tutto il contenitore».

«È importante aiutare Kiev a vincere la guerra. Il conflitto non deve essere congelato. Perché altrimenti si riaccenderà nelle generazioni future. Vediamo chiaramente in Medio Oriente a cosa conduce il congelamento dei conflitti. Non possiamo lasciare che ciò accada. Spero che anche in Svizzera, dove ci sono tante discussioni sulla neutralità, questo film possa sensibilizzare sul dramma ucraino. Dobbiamo agire uniti per proteggere la pace di tutti. Non possiamo pretendere che i conflitti che avvengono giusto dall’altra parte della nostra porta non ci riguardino».

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